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La "viandantitudine"

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  La viandantitudine Sono un viandante, è così che mi piace definirmi.      Difatti, il componimento che meglio mi sintetizza e traduce è NUDO .      Un viandante, io, che vivo nella città in cui sono nato e frequento sempre gli stessi posti.      Allora, perché viandante ? Essere un viandante è una condizione dell'anima, un moto dello spirito. Mi permetto un neologismo estemporaneo: viandantitudine . Definirei la viandantitudine come l'attitudine della mente a scalciare  e creare mondi.  È, altresì, il ritrovarsi a condurre un'esistenza in un luogo pur coltivando il sogno , a qualsiasi età , di aver vita da vivere localizzata nell'altrove; la tendenza, pur disponendo di un tetto, a non fossilizzare oltre le proprie radici. La mente del viandante è elastica perché ne ha viste tante, e di tutti i colori. Sa che gli umani sono fallaci, volubili, e ciò che giurano in prosperità assurge a mera ipotesi in tempi di magra ; ragio...

Era nera, nerissima. Ma poi hanno bussato alla porta

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  ERA NERA, NERISSIMA. MA POI HANNO BUSSATO ALLA PORTA Erano le 11:30 di un venerdì e, come ogni mattina, mi feci i cento metri di corridoio che separavano la mia aula da quella di mio cugino, il PiKe, al dipartimento di matematica.  Sapevo che a quell’ora l’avrei pizzicato sulla panchina di fronte all’aula 11, o al bar attiguo, assieme a qualche amico. Quando arrivavo, puntualmente, li trovavo a parlottare di calcio, delle purghe di Totti, di qualche gol rubato o in fuorigioco. A me interessava solo la Formula 1, di calcio non ci ho mai capito un cazzo e allora, forse per solidarietà, alzavano l’asticella e i discorsi viravano all’altezza della fica , che di solito metteva tutti d’accordo. A proposito, in quel gruppetto, di cui anch’io m’ero ritrovato a far parte, gravitavano cinque o sei ragazze, di cui due o tre assai carine. Me n’ero accorto io, ma se n’era accorto pure il PiKe, il quale commentava con rigore ogni culo che gli sfilava sotto il naso. Ma commentare era u...

Tamburi contriti

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  poesia: Tamburi contriti Tamburi percotono timpani, acuto rimpianto d'un passato inerme, grazia perduta, di noi solo frammenti, intimità tradita, nomi incisi nel vento. Mangiatoia di spine ai miei fragili sentimenti, misuro il peso di un amore ormai spento, aculei spietati condannano membra, numeri implacabili, desolante sentenza. Preghiera muta, lamentoso silenzio, solo il desìo resta, tenue bagliore, travolto dall'oblio, svanirà nel buio. Visione infranta, un io disperso: naufrago tra creste di ricordi. Lo specchio riflette solo un'ombra, vuota e scura, un'anima smarrita in cerca di un barlume.

Una punta d'azzardo

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  Una punta d'azzardo Lamentose, le pagine frusciavano nivee. Con una punta d'azzardo , negoziavo invano la grazia di far ritorno a quello che eravamo,  o a qualcosa che gli somigliasse. Intimità, nomenclatura: a me mancava tutto. Oggi mi guardo e vedo solo il mio egoismo . (Cosa offro per meritare ciò ch'è solo degli innamorati?) Membra, a poco a poco, più malconce . Lo giurano i referti, che manderei affanculo , ma è così difficile coi numeri, con le misure. Perché invocare il fato, se il mio cuore è condannato al sospiro ? Ed è ciò che mi concedo. Ma senza spocchia, ché so che presto verrà meno pure quello. Sospirare di conoscere cosa di quel me sia rimasto, innanzi ad occhi che, come i miei, più non sanno guardarmi.

L'arte della ramazza. Parte seconda

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L'arte della ramazza. Parte seconda C'è sempre qualcuno che scopa con qualcun altro. Io me ne sto alla larga: non mi piace dare soddisfazione agli estranei.

in AMORE e in GUERRA

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in AMORE e in GUERRA Certe volte, uno è così accecato dalla guerra, che non s’accorge che l’ amore è già morto.

Dita sparse

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Dita sparse   Oggi ho veduto le nostra dita sciogliersi, e i nostri passi farsi binario: così vicini da adocchiarsi e, purtuttavia, così limpidi nell'efficace  precludersi . Mi viene da pensare a quando avevo sei anni: il primo giorno di scuola. Era la prima volta che esperimentavo il sentimento del distacco dalla famiglia: all'asilo non c'ero mai stato. La mia mamma mi diede un bacio nell'atrio, si sganciò dalla mia mano e mi spinse ad entrare in quella che tutti chiamavano aula e che, per cinque anni, avrebbe fatto la staffetta con casa mia. Normale. Banale. Eppure, quello stato d'animo m'è così vivido , nonostante i quarant'anni passati. Nessun altro primo giorno di scuola, nemmeno quello della maturità, ha saputo insegnarmi meglio che, per quanto amore possa ruotarti attorno, ci sono viaggi che vanno avviati da soli. Se mi chiedessero: Cosa ti manca, oggi? Risponderei: Mi manca inciampare in te, oggi. A domani, penseremo domani.

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