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venerdì 2 agosto 2019

La notte del sesterzio (Capitolo 4)

La notte del sesterzio


ore 15.30

Il commissario scese le scale due gradini per volta, recuperò l’ombrello e si diresse in strada.
   Viale Medaglie d’Oro. Imboccò a sinistra, sotto i portici, squadrando mura e vetrine alla ricerca di occhi artificiali che potessero aver registrato i passaggi della vittima, e fissato con certezza gli orari in gioco.
   Certo, bisognava tenere conto di tutti i possibili tragitti, ma da qualche parte si doveva pur cominciare, e cominciò da lì, da dove l’intuito che mai l’aveva ingannato gli suggerì.
   Attraversò le strisce, montò sul marciapiede e affrettò il passo. Lo sguardo, allenato, batteva discreto da parte a parte. Piazza della Libertà aveva cominciato a delinearsi, e l’ingresso della Prefettura sfilava lento e mastodontico alla sua sinistra. Il Palazzo del Governo risaliva agli anni trenta del novecento. Un edificio austero, dal portale d'ingresso scandito ritmicamente da lesene in laterizio. Subito agli occhi lo zoccolo romano, il travertino e le sezioni di bardiglio grigio. L’interno poi era impreziosito dal porfido, dal marmo verde delle alpi e dalla pietra lavica. 
   Prese nota delle telecamere che vigilavano sull’ingresso e proseguì fino al bar che faceva angolo. Sul marciapiede c’era un gazebo color panna che fungeva da prolungamento dell’esercizio stesso. Uno solo dei tavolini era occupato, due giovani donne gesticolavano, sorridevano e sorseggiavano caffè sormontati da ciuffi di panna montata.
   Tre gradini lo separavano dalla porta a vetro. 
   Entrò. 
   Un tale in jeans e giacca a vento chinava il capo sullo scompartimento freezer dei gelati, tappezzato dalle inconfondibili tinte rosa della Gazzetta dello Sport. Un uomo e una donna in atteggiamento affettuosamente complice sostavano davanti il bancone, la donna metteva mano alla borsetta di velluto e chiedeva di poter pagare. L’uomo non battette ciglia.
   Al di là del bancone, una ragazza sulla trentina con capelli corvini e corti sgranò gli occhi e lanciò un sorriso al nuovo entrato. <<Caffè?>>, disse con una bella voce squillante e labbra rosso fuoco.
   <<Perché no. In vetro, grazie>>, rispose il commissario, accennando un sorriso di rimando.
   Lo bevette amaro, senza premura. Rimase in attesa che la coppia avesse guadagnato l’uscita e mostrò il tesserino alla barista. <<Ha mai visto quest’uomo?>>, le domandò mostrandole la fotografia presa in prestito dall’anziana vicina della vittima neanche un’ora prima. 
   <<Sì che lo conosco. Ha il cagnolino che si chiama Bubi. Viene qui per colazione, un vero signore>>, rispose la ragazza inspirando profondamente. <<Ma perché lo vuole sapere?>>
   <<Un attimo, signorina. Ci pensi bene, l’ha visto anche stamane?>>
   La ragazza non ebbe il tempo di proferire parola che la voce roca di un uomo si inserì nel discorso. <<No. Oggi il signor Gianni non s’è visto… Col diluvio che c’era mi sarei stupito del contrario. Se ne sarà rimasto a letto, cosa che se avessi potuto avrei fatto pure io>>, disse l’uomo che stava alla cassa, accomodato su di uno sgabello girevole senza schienale. Con un balzo abbandonò la seduta e gli espositori di gomme e caramelle dietro cui era trincerato, e s’avvicinò al commissario con andatura ciondolante e un pacchetto di Marlboro rosse a passeggio in una mano. <<Imperatore. Sono il proprietario del bar>>, si presentò allungando una mano. Era un tipo piuttosto alto e assai magro, scuro di carnagione e occhi infossati e neri, portava un paio di baffoni sale e pepe e striature giallo zolfo sotto le narici. Le mani erano venose, e grandi.
   <<Commissario Del Monaco… Piacere mio, signor Imperatore>>, gli disse stringendogli la mano. <<Il signor Maresca non è reperibile da stamane, per adesso qualsiasi altra affermazione sarebbe fuori luogo. Potrebbe gentilmente rispondere a qualche domanda? Ho bisogno di farmi un’idea>>, chiese il commissario sottintendendo l’intenzione di non sbottonarsi più di tanto.
   <<A disposizione>>, rispose l’altro indicando un tavolino appartato in fondo al locale, oltre l’ingresso alla toilette.
   Si misero comodi. <<Poc’anzi riferendosi all’uomo della foto l’ha chiamato per nome, siete amici?>>
   <<Be’, amici è una parola grossa...>>, accavallò le gambe e intrecciò le mani intorno al ginocchio più elevato, <<È un cliente affezionato ed è del tutto fisiologico che di tanto in tanto ci si fermi a fare quattro chiacchiere. Passava spesso di qua a fare colazione, non esattamente tutti i giorni, ma quasi. Ieri era qui, per esempio>>, rispose rivelando meglio l’accento decisamente non latinense.
   <<Veniva sempre da solo?>>
   <<Sempre>>, disse il padrone del bar. <<Lui e il cane. Quello che ha adesso è poco più di un cucciolo… Avrà sì e no due anni… Prima di questo ne aveva un altro, sempre di piccola taglia.>>
   <<Fino a che ora restate aperti la sera?>>, chiese il commissario.
  <<Durante il periodo estivo anche oltre la mezzanotte, se c’è gente.  Altrimenti alle dieci ho già abbassato la saracinesca.>> 
   <<E quando capitava, di cosa parlavate?>>
   <<Del più e del meno, e del Napoli. Tutti e due siamo napoletani trapiantati qui da tanti anni… Ma la fede calcistica non conosce traslochi, così come l’inflessione partenopea>>, disse modulando la voce con tono d’orgoglio e dondolando la testa.
   Il commissario soffocò un sorriso con un ghigno, voltò pagina al taccuino e si portò la penna alla fronte. <<Frequentava il locale anche dopo l’imbrunire?>>
   <<Mai… O meglio, parecchie volte l’ho visto passare di qua la sera, giusto il tempo di un saluto e tirava dritto. Ho sempre avuto la sensazioni che andasse di fretta.>>
   <<A che ora lo vedeva? Grossomodo.>>
   <<Guardi, io sto quasi sempre in cassa, quindi gli unici momenti fuori sono per fumare o la sera quando preparo i tavolini… Tra le otto e le nove,  più otto che nove.>>
   <<E lo vede anche fare ritorno? Percorrere il tragitto inverso intendo…>>
   <<No. Che io ricordi, mai visto. O rincasava dopo la chiusura del bar o non me ne sono mai accorto>>, rispose senza tentennamenti.
   <<Un’ultima cosa. Quando passava di qua, la sera, ricorda per caso quale direzione prendesse?>>
   <<Passava davanti la caserma dei Carabinieri e prendeva per via Diaz. Più di qualche volta l’ho seguito con lo sguardo perché il cane abbaiava a tutte le macchine che non si fermavano per farli attraversare>>, concluse ridendo.
   Il commissario intascò il taccuino, ringraziò il suo interlocutore e si diresse verso l’uscita.
   Aveva già infilato un piede oltre la soglia allorché si arrestò arricciando le labbra, scosse la testa e tornò dentro. Si mise di traverso con lo sguardo rivolto al bancone. Alzò l’indice della mano sinistra e fissò la barista che armeggiava alla macchina per il caffè. <<Signorina>>, carpì la sua attenzione. <<Mi scusi… Prima ha detto, usando una certa enfasi, che il signor Maresca è “un vero signore”. Dice questo per i modi gentili che le riservava?>>, domandò inarcando le sopracciglia e confidando in una risposta che gettasse benzina sulla fiammella che gli si era accesa.
   <<Tre caffè!>>, urlò un cliente incravattato a festa con tanto di voce impastata, occhi a fessura e pochette di lino bianca. 
   La ragazza diede fin da subito l’impressione di essere una persona schietta, poco incline alle circonlocuzioni e senza peli sulla lingua. Disse la sua non curandosi della gente che, nel frattempo, s’era accumulata dinanzi il bancone. <<L’ho detto e lo sottoscrivo. È un vero signore perché è un continuo “grazie”, qualsiasi cosa io faccia. Anche solo per quattro moine al cane>>, irrigidì la schiena ponendosi diritta, il petto in fuori mentre sfidava con lo sguardo gli astanti. <<Qua c’è gente che la saluti e risaluti e manco ti risponde! Sono diventati tutti ecologisti. Da quando hanno scoperto che pure l’aria è un gas, se la tengono tutta in bocca, non sia mai dovesse inquinare...>>, commentò sarcastica. Tra le mani spuntò un canovaccio umido che passò nervosamente sull’acciaio satinato del bancone scuotendo la testa e sospirando. <<E le mance, vogliamo parlare delle mance? Quando lo servivo di fuori, mi lasciava dieci euro… Dieci euro su uno scontrino che non era neanche da tre, ogni volta! “Servono più a te che a me”, mi diceva quando per pudore facevo per non accettare. Allora? Se non è un signore questo, me lo dica lei!>>, la ragazza dette l’impressione di voler seguitare, ma voltò le spalle, agganciò il braccetto al gruppo erogatore e liberando un sospiro più profondo zittì, senza troppa convinzione, quel monologo che sapeva di genuino.
   <<Un signore in un mondo di spilorci…>>, fu l’ultima considerazione che il commissario udì, tra il tintinnare delle stoviglie, prima di abbandonare definitivamente il locale.


M.
(L'uomo dei difetti...)

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