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Visualizzazione dei post da giugno, 2024

La "viandantitudine"

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  La viandantitudine Sono un viandante, è così che mi piace definirmi.      Difatti, il componimento che meglio mi sintetizza e traduce è NUDO .      Un viandante, io, che vivo nella città in cui sono nato e frequento sempre gli stessi posti.      Allora, perché viandante ? Essere un viandante è una condizione dell'anima, un moto dello spirito. Mi permetto un neologismo estemporaneo: viandantitudine . Definirei la viandantitudine come l'attitudine della mente a scalciare  e creare mondi.  È, altresì, il ritrovarsi a condurre un'esistenza in un luogo pur coltivando il sogno , a qualsiasi età , di aver vita da vivere localizzata nell'altrove; la tendenza, pur disponendo di un tetto, a non fossilizzare oltre le proprie radici. La mente del viandante è elastica perché ne ha viste tante, e di tutti i colori. Sa che gli umani sono fallaci, volubili, e ciò che giurano in prosperità assurge a mera ipotesi in tempi di magra ; ragio...

Era nera, nerissima. Ma poi hanno bussato alla porta

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  ERA NERA, NERISSIMA. MA POI HANNO BUSSATO ALLA PORTA Erano le 11:30 di un venerdì e, come ogni mattina, mi feci i cento metri di corridoio che separavano la mia aula da quella di mio cugino, il PiKe, al dipartimento di matematica.  Sapevo che a quell’ora l’avrei pizzicato sulla panchina di fronte all’aula 11, o al bar attiguo, assieme a qualche amico. Quando arrivavo, puntualmente, li trovavo a parlottare di calcio, delle purghe di Totti, di qualche gol rubato o in fuorigioco. A me interessava solo la Formula 1, di calcio non ci ho mai capito un cazzo e allora, forse per solidarietà, alzavano l’asticella e i discorsi viravano all’altezza della fica , che di solito metteva tutti d’accordo. A proposito, in quel gruppetto, di cui anch’io m’ero ritrovato a far parte, gravitavano cinque o sei ragazze, di cui due o tre assai carine. Me n’ero accorto io, ma se n’era accorto pure il PiKe, il quale commentava con rigore ogni culo che gli sfilava sotto il naso. Ma commentare era u...

Tamburi contriti

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  poesia: Tamburi contriti Tamburi percotono timpani, acuto rimpianto d'un passato inerme, grazia perduta, di noi solo frammenti, intimità tradita, nomi incisi nel vento. Mangiatoia di spine ai miei fragili sentimenti, misuro il peso di un amore ormai spento, aculei spietati condannano membra, numeri implacabili, desolante sentenza. Preghiera muta, lamentoso silenzio, solo il desìo resta, tenue bagliore, travolto dall'oblio, svanirà nel buio. Visione infranta, un io disperso: naufrago tra creste di ricordi. Lo specchio riflette solo un'ombra, vuota e scura, un'anima smarrita in cerca di un barlume.

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