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lunedì 21 novembre 2016

Tutto inizia. Il meglio finisce. Perché mai diventi il peggio.




Tutto inizia. Il meglio finisce. Perché mai diventi il peggio.




M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]

La riflessione di cui sopra prende spunto da certi rapporti sentimentali. Rapporti dove la passione e globalmente l'amore sembrano destinati all'immortalità. 
Tuttavia, talvolta, anche quei rapporti che parevano indissolubili, speciali... Sono destinati a finire.
Il tempo logora. Il tempo sa come rendere l'impossibile, plausibile. E quando la passione è stata travolgente, parimenti, anche la fine può confluire in azioni contrastanti, esasperate... Ci si "vomita" addosso di tutto, specie quando una delle parti è ancora fortemente innamorata e destabilizzata si vede cadere il mondo addosso...
Ecco, quando un rapporto è stato davvero importante, credo la giusta intenzione sia quella di proteggerlo, e in qualche modo, trovare la forza di fermarsi un attimo prima: "Perché mai (ciò che a un tempo fu il meglio) diventi il peggio".


martedì 20 settembre 2016

Il vecchio, e il ragazzino.




Latina, 5 novembre 2014


Al vecchio brillarono gli occhi. 
   Si fecero zuppi e il verde dell’iride parve striarsi d’azzurro, come il colore che alle volte prende il mare. Ed era sempre così, quando qualcosa o qualcuno gli riavvolgeva il nastro dei ricordi.
   Se ne stava appollaiato a un margine del marciapiede quando il ragazzino gli porse il piccolo fagotto avana. Un mezzo toscano gli tremava fra le labbra secche, tagliuzzate. La schiena, ch’era arcuata, dondolava contro un lampione verde bosco scorticato da graffiti, e sulla cui sommità l’illuminazione vestiva le pieghe d’una coppia di caschi arrangiati schiena contro schiena, a mo’ di campanelle. Le stesse che, a un tempo, illuminavano le vetrine della Standa.
   Eh, già… Perché una volta là c’era la Standa che occupava due piani del palazzo, mentre all’ultimo, ci abitava lui. Ma solo come pied-à-terre, perché lui, il vecchio, di appartamenti non ce ne aveva mica uno solo. Così come di Maserati.
Attraversata la strada, a pochi passi sulla sinistra c’era Piazza del Popolo, con la torre dell’orologio, la palla di marmo grigio e la fontana, e i piccioni. Una pioggia di piccioni. Le mamme e i nonni ci portavano i bambini che affascinati rincorrevano i colombi, tiravano loro molliche e ruzzolavano mentre invano tentavano d’acciuffarli e piangevano e ridevano. E poi c’era sempre qualche nostalgico che tirava fuori la Polaroid...
   Oggi, la Standa non c’è più. Anche i piccioni non ci sono quasi più. Dotti e pezzi da novanta gli hanno dichiarato guerra: <<Imbrattano, e portano un sacco di malattie!>>, pare proprio che così abbiano detto. E forse per solidarietà, se ne sono andati via anche i bambini, le mamme, e i nonni. In compenso, Piazza del Popolo sta sempre là. E sta là pure l’appartamento all’ultimo piano, che però, adesso, non è più del vecchio. Così come le Maserati, e tutto il resto.
   Sbrogliò il fagotto. 
   Ficcò la mela in una tasca dell’impermeabile, e addentò la rosetta con la mortadella brandendola con entrambe le mani.
   <<Ringrazia la mamma, figliolo>>, disse il vecchio con la bocca piena e lo stomaco vuoto.
   <<No, signore… Il panino e la mela li manda il mio papà>>, precisò il ragazzino.
   Il vecchio drizzò il collo. <<E chi è il tuo papà?>>
   <<Sono il figlio di Marco Zampa, mio papà lavora qui vicino, al comune.>>
   <<Zam-pa… Zam-pa…>>, ripeté il vecchio calcando sulle sillabe, <<Non credo di conoscerlo il tuo papà. O forse, sono troppo malandato per ricordarlo.>>
   <<Papà però la conosce. Tante volte passiamo di qua con la macchina quando mi viene a prendere a scuola. E ogni volta mi fa: “Marcellino, lo vedi quello? Eh… Lo conoscevo quando non era un barbone, era intelligente e ricco, uno dei più famosi architetti di Latina, ma…”>>, si interruppe facendosi rosso in viso. 
   <<Ma?>>, lo incalzò il vecchio.
   Il ragazzino rispose prendendosela comoda, come per edulcorare le parole pronunciate dal padre: <<Ma… Aveva il vizio del gioco e ha perduto tutto, pure la famiglia. Però mio papà dice che lei era un uomo buono e generoso e che è stato pure in guerra e conosce un sacco di storie...>>
   Il vecchio ravvolse nel foglio per alimenti avana quel che restava del panino, e lo intascò.
   <<Allora, figliolo… Che ti hanno insegnato a scuola, oggi?>>, domandò  spostando il discorso nel primo luogo lontano dal dolore che gli venne in mente.
   <<Il maestro ci ha detto che il mese prossimo sarà il compleanno di Latina e che compirà 82 anni. E che prima era tutto sommerso dall’acqua e non ci si poteva abitare. Poi...>>, e poi gli scappò una risata che subito provò a nascondere con la manina a conchetta tappata sulla bocca.
   <<Perché ti viene da ridere, figliolo?>>
   <<No perché il maestro ha detto che si farà una grossa festa perché è il compleanno di una città giovanissima. Ed è strano perché la mamma a mio nonno lo chiama certe volte “il vecchio” e certe volte “il vecchiaccio” ed è più piccolo di Latina. Ha solo 79 anni. E la festa a casa non gliela facciamo mai perché la mamma dice che per lui è festa tutti i giorni che apre gli occhi la mattina. E quando chiedo a mamma che cosa significa, mi dice: “che ne vuoi sapere tu che sei piccolo, vai a fare i compiti!”. E allora è strano…>>, rispose il piccolo, che ancora sfoggiava un risolino ingenuo.
   Il cielo, da plumbeo, sembrava essersi fatto nero di colpo. Il vento aveva preso a frusciare sollevando le fastidiose polveri che insistevano sulla carreggiata.
   Il vecchio faticò a terra con le palme delle mani. Abbracciò il lampione,  spinse sui talloni e si sollevò in piedi. Calzava un paio di Timberland cui aveva sfilato i lacci; entrambe logore e scollate sulla punta. 
   Indicò al ragazzino i portici dall’altro lato della strada. 
   Era ancora lì che pestava le strisce che il bambino s’era già tuffato sopra una panchina con le gambe sospese dal pavimento, irrequiete e ciondolanti.
   Piegò le ginocchia con una smorfia di dolore e gli si sedette accanto. Il mezzo sigaro spuntava adesso senza brace a un angolo della bocca; marmoreo, come se fosse stato conficcato a fondo col martello.
   <<Dunque, ti chiami Marcellino?>>
   <<Marcello Antonio>>, completò il ragazzino. <<Ma solo il maestro mi chiama così, e solo quando fa l’appello. Tutti mi chiamano solo Marcellino.>>  
   <<Marcellino pane e vino!>>, esclamò il vecchio ridacchiando.
   Il ragazzino arrossì sorridendo a sua volta. Si strinse nelle spalle e dileguò lo sguardo chinando il capo. 
   <<Quanti anni hai, figliolo?>>
   <<Nove. Faccio la quarta.>>
Il vecchio si aiutò facendo leva con le braccia e fece aderire le reni alla  spalliera della panchina. Una nuova smorfia di dolore, e allungò le gambe.
   <<E tu vuoi bene a tuo nonno?>>
   <<Sì che gliene voglio!>>, esclamò convinto. <<È tanto buono il nonno. Mi ha insegnato pure a pescare, e a guidare. Intorno alla casa di campagna. Gli sono montato  sulle gambe, il nonno schiacciava i pedali e io giravo il manubrio!>>
   Il ragazzino sprizzava eccitazione. Era radioso mentre parlava del nonno.
   <<E quando vai a trovarlo gli porti mai qualcosa, chessò un frutto, un tuo disegno, un piccolo dono?>>
   <<Veramente… Non mi ci portano quasi mai, a mamma non va e mio papà tante volte ci passa da solo dopo il lavoro>>, rispose incupendosi, inclinando un poco la testa da un lato e tormentandosi le labbra coi denti.
   Discorrere col sigaro che gli ostruiva un settore della bocca non gli creava alcun disagio, anzi, dava la sensazione che fosse un esercizio che svolgeva con disinvoltura da decenni. <<Vedi figliolo, io sono più vecchio di tuo nonno e di Latina. E io e te non siamo niente. Non siamo parenti. Eppure, a me hai portato da mangiare. Ho pianto mentre stringevi il fagotto con quelle piccoline mani e timoroso t’avvicinavi. Perché anche io ho figli e nipoti e tutti sanno dove sto e nessuno mi è mai venuto a cercare, figuriamoci portarmi da mangiare o uno straccio da vestire...>>, disse il vecchio con la voce sempre più strozzata mano a mano che s’addensavano le parole, <<Ma io me lo merito. Ho fatto del male a tanta gente. Ho deluso e tradito il mio stesso sangue. Sono stato cattivo e forse ancora lo sono. Ma non ho più nulla da perdere, e sarà questa, forse, la mia salvezza. Ma tuo nonno… Tuo nonno è buono. Chiamalo, figliolo! Cercalo! Fattici portare da tuo papà! Abbraccialo! Porta anche a lui una mela, un panino, qualsiasi cosa! Goditelo, figliolo! Perché lo sa solo Iddio per quanto ancora ce l’avrai su questa terra. Fallo, e non pensarci! Perché il giorno che ci penserai, sarà già troppo tardi...>>, il vecchio era visibilmente scosso. Sollevò una mano e l’avvicinò tremolante alla testa del piccolo, come per posargliela sul capo e scompigliargli i capelli in un gesto affettuoso. Ma volgendo il polso scorse la palma sudicia e le dita giallognole. Con malcelato imbarazzo abbassò lo sguardo, la ritrasse e se l’abbandonò sopra un ginocchio. Tirò fuori un pacchetto di svedesi, ne estrasse uno e lo sfregò. Con la precisione di un chirurgo agitò le dita. Lo stelo prese a prillare e la capocchia fluttuò inclinando la fiamma. Vi si accostò col sigaro inforcato tra le labbra e fece due brevi boccate seguite da una terza che pareva interminabile. La brace gli brillava nella bocca, che pronta all’incendio si spalancò per un terzo. La faccia del vecchio svanì dietro una nuvola di fumo.
   Marcellino lo osservava in silenzio.  Le gambe avevano smesso di dondolare.
   <<La vuoi sentire una storia?>>, gli propose.
   <<Che storia?>>
   <<La storia di Littoria. Con le sabbie mobili, gli insetti assassini, i bufali, e i cattivi… Quelli veri.>>
   <<Chi è Littoria?>>, domandò curioso.
   Il vecchio torse il collo e posò lo sguardo dapprima sul piccolo, dunque sulla parete alle loro spalle. Adagiò un braccio lungo la spalliera della panchetta e fece guizzare il polso. Le nocche bussarono originando rumori sordi: <<Littoria è questo muro.>>
Poi l’indice della stessa mano puntò una colonna rivestita di travertino dal lato opposto della strada: <<Littoria è là!>> Sollevò lo sguardo e lo disperse fiero da parte a parte, <<Ma anche laggiù...>>
<<Figliolo, Littoria è la città che abiti. Latina è solo il nome che gli hanno appioppato dopo.>>
   <<Bello!>>, esclamò sbalordito, <<Che poi la settimana prossima ha detto il maestro che ci farà fare pure un tema. Ma perché gli hanno cambiato nome?>>
   La testa ciondolò sbuffando fumo dalle narici. <<Il Signore è un Dio geloso che punisce la colpa dei padri sui figli, fino alla terza e quarta generazione, per coloro che lo odiano, ma che usa benevolenza fino a mille generazioni per quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti.>>
   Marcellino lo scrutò per un po’, in silenzio. <<Non si arrabbi, signore, ma io…>>, lo smarrimento che gli si leggeva negli occhi era di per sé eloquente.
   <<Quello che sto cercando di dirti, figliolo, è che a spiegarti questo faccio fatica anch’io. Mettiamola così: certe volte, i peccati dei padri ricadono sui figli. Ma tu non preoccuparti, sistemati composto e ascolta la storia. Quello che non capisci, lo capirai. E la prima lezione che questo vecchio ha per te è che il tempo è un sicario lento, silente e che non manca mai un colpo. Impara a guardati intorno, figliolo. Non dare mai solo un’occhiata, osserva. Non leggere, studia. Perché le cose cambiano…>>, gli sventagliò le mani davanti gli occhi come il sipario che s’apre sul prestigio. <<Puf!>>, gridò con la sua voce roca. <<E via tutto.>>
Decise che il tempo delle prediche era terminato. <<Ricordati solo che il suo nome era Littoria. Solo questo, figliolo. Solo questo.>>
   Il ragazzino annuì col capo. Gli occhi vispi e curiosi. <<Ma davvero c’erano le sabbie mobili qui?>>
    <<Certo che c’erano, che credi!>>
   <<E dove stavano?>>, domandò già fin troppo attirato da quei presupposti.
   Gli puntò un dito sulle gambette. <<Una stava qua sotto>>, fece la voce grossa e sgranò gli occhi. <<Proprio dove sei seduto tu!>> 
   Il ragazzino balzò in piedi così in fretta che mise un piede in fallo e capitombolò a terra.  
   Il vecchio si lanciò in una risata fragorosa, che dell’interno della bocca nulla lasciò all’immaginazione. Né l’oro delle otturazioni né tantomeno il diastema tra gli incisivi.
   <<Torna qui, figliolo. Ti sei fatto male?>>
   <<Sembra di no...>>, gli rispose mentre era ancora inginocchiato ad allacciarsi una scarpa.
   <<Perdonami. Sì, adesso ti ho preso in giro, ma c’erano davvero le sabbie mobili, e si moriva>>, la palma della mano atterrò sulle stecche della seduta lasciata vacante. <<Vieni. Che adesso si fa sul serio.>>
   Marcellino scattò in piedi e tornò a sederglisi accanto.
   Il vecchio gli fece l’occhiolino, e sorrise. Tirò una lunga boccata, e il racconto ebbe inizio.
   <<Littoria…>>, iniziò, e subito ammutolì. Gli occhi erano tornati umidi. 
   La manina del bambino gli si posò sul trench e ne tratteneva un lembo: <<Signore>>, fiatò con un filo di voce.
   Il vecchio era da qualche parte, ma non là. Una lacrima si slacciò rigandogli uno zigomo per poi acquietarsi a ridosso d’una piega profonda.
   Un fulmine squarciò il cielo. Il bagliore fu accecante. Il viso del ragazzino scattò di traverso.
   Il fragore del tuono fece trasalire il vecchio, che d’istinto si deterse gli occhi con il dorso di una mano.
   Ormai pioveva a dirotto.
   <<Dove eravamo, figliolo?>>, disse portandosi una mano alla fronte, <<Ah, ecco…>>, rinsavì poi.
   Si cacciò dalla bocca quel che rimaneva del tabacco.
    Sospirò. 
   Si schiarì la voce, e recitò con tono solenne: <<Littoria, quando ancora non era Littoria e men che meno Latina, era una palude circondata da paludi e da foreste di lecci, querce da sughero, e pini. Dove non stavano i pantani, stavano le foreste, che inestricabili, eran dette selve...>>
   Il ragazzino lo ascoltava con la bocca semiaperta. Il vecchio sospirò ancora, e riprese con un registro meno formale: <<Ah, figliolo! Se avessi visto quello che c’era prima… La grande bonifica delle paludi pontine, così l’hanno chiamata. Guerra, la chiamo io! Un’opera colossale! Si era combattuto una vera e propria guerra contro una natura ostile, malsana e allo stesso tempo affascinante, unica. E si aveva avuto la meglio là dove tutti, dai volsci ai romani ai papi, nel corso dei secoli, avevano fallito.>>
   <<Ma come hanno fatto a togliere tutta l’acqua?>>, chiese il ragazzino.
  <<Non fu affatto uno scherzo, ragazzo! Si scavarono chilometri e chilometri di canali per drenare a mare le acque e piantati migliaia di alberi assetati. Certi bacini, però, erano più difficili da far scorrere. Specie quelli che stavano sotto il livello del mare. E allora, per sollevare le acque, ci vollero pompe gigantesche. Pompe idrauliche tra le più potenti al mondo!>>, riprese fiato, <<Ma il vero problema era la malaria. E i morti, come in tutte le guerre. E qui arriviamo agli insetti assassini.>>
   <<Gli insetti assassini…>>, ripeté a bassa voce il piccolo.
   <<È così, figliolo. Forse a scuola non te ne hanno ancora parlato, ma c’è un tipo di zanzara che non perdona. Ti punge, ti ammali e rischi la pelle. E qui, quando c’era la palude, era pieno zeppo di queste zanzare maledette. Migliaia di uomini sono morti per essere stati punti. Proprio mentre lavoravano alla bonifica. Qualcuno muore perché altri vivano. Sono morti perché Littoria potesse nascere e le loro famiglie vivere. Sono morti anche per noi.>>
   Il ragazzino lo ascoltava rapito. <<Ma… Le zanzare… Come hanno fatto a cacciarle?>>
   <<Cacciarle?>>, la voce del vecchio tuonò ironicamente. <<Sterminarle vorrai dire! Ci volle un veleno potentissimo che arrivò da lontano, e una speciale famiglia di pesci che mangiavano le uova delle zanzare che stavano a pelo d’acqua. Ma poi venne un altro tipo di guerra e quando la malaria sembrava ormai vinta, i tedeschi per rallentare l’avanzata americana ci sabotarono pompe e canali che non finivano più a mare, e ricominciò ad allagarsi tutto. E allora di nuovo zanzare, malaria, morti. E poi...>>
   Il suono insistente di un clacson si distinse tra il rumore intenso della pioggia scrosciante.
<<Che storia!>>, esclamò il ragazzino, <<Ma ci vuole ancora tanto prima di arrivare alle sabbie mobili?>>
<<Un’altra volta>>, gli fece il vecchio con voce vibrata.
<<Perché?>>, domandò ancora. <<Proprio adesso che...>>, s’incupì.
   Il vecchio indicò con un cenno del capo l’uomo sulla quarantina che, dal fondo dei portici, li fissava tenendo in mano un ombrello. <<Perché penso che quello lì sia il tuo papà. E che tu debba andare.>>
   Il ragazzino si voltò. <<Ecco, papà… Arrivo!>>, gridò, agitando una mano oltre la sua testa.
   <<Mi tocca andare… Ma domani torno, faccio i compiti e torno!>>, gli disse alternando il peso del corpo mingherlino da un piede all’altro.
   <<Ciao, figliolo>>, lo salutò sorridendogli con gli occhi.
   Marcellino aveva percorso già oltre la metà dei pochi metri che lo dividevano dal padre quando d’improvviso si arrestò e tornò di corsa dal vecchio.
   <<Che ti sei perso, ragazzo?>>, gli disse mentre il piccolo mordicchiandosi un labbro lo fissava di sottecchi.
   <<Non ci credo che sei cattivo.>>
Il vecchio, ch’era curvo in avanti, gettò gli occhi a terra. Non disse nulla.
   <<E non è vero che non siamo niente.>>
   Ebbe un fremito. Da qualche parte scovò la forza, e sollevò la testa.  <<E cosa siamo?>>, sussurrò.
   Il ragazzino gli andò sotto, allungò un braccio e gli cercò una mano. <<Amici>>, disse.

   Quello fu l’ultimo giorno che il ragazzino vide il vecchio, e il penultimo, che il vecchio vide la vita.



M.
(L'uomo dei difetti...)

giovedì 16 giugno 2016

L'incontro a casa del ragazzo col trolley verde. L'uomo alto vestito di nero. [stralcio III]



La portiera si spalancò in due tempi.
   Un piede fuori dall’abitacolo, poi un balzo e la sagoma del passeggero senza parapioggia stagliava autorevole sull’asfalto viscido.
  Il motorino d’avviamento prese a gemere, poi un raschio stridulo e la vettura tornò in moto.
   Chiuse la portiera.
  Sollevò una mano e l’accostò alla fronte, a piombo, per pararsi gli occhi dalla pioggia. Tentò di guardarsi attorno. Dunque, annuì. Con un cenno del capo, e una smorfia delle labbra.
   Sorridendo diede due colpetti col palmo di una mano sul tettuccio umido del tassì bianco, a mo’ di saluto.
   Il conducente inserì la freccia, sollevò il pedale dalla frizione e gli rispose con un colpo sul clacson, e uno sul gas.
   Aggirò una pozzanghera e salì sul marciapiede. Quattro falcate e lo sguardo gli si era già posato sull’elenco illuminato dei condomini menzionati sul citofono. 
   Terza fila verticale. Terzo pulsante.
   Lo premette. 
   L’altoparlante gracchiò, e una voce maschile si distinse a stento nel cacofonico sottofondo. 
   Gracchiò ancora.
  Prese l’iniziativa: <<Ragazzo! Sono…>> la frase venne interrotta dal ronzio che precedeva lo scatto di apertura del portone elettrico.
  <<Si, si… Só Manuel… Stò ar terzo, ‘nterno nove. Te convié có l’ascensore perché ‘a luce de ‘e scale nun dura ‘n cazzo>> poi si udì armeggiare con la cornetta, e la comunicazione cessò.

   Passi lenti, morbidi, percorrevano le scale rampa dopo rampa. Passi forestieri. Suoni regolari, ovattati, come di mosse diligenti in fil di punta.

   Terzo piano.
  Il pianerottolo era immerso nel colore delle tenebre. Nei suoni del silenzio. Con le spalle alle scale or ora visitate, l’uomo lasciò che gli occhi gli si adattassero all’oscurità. L’assetto era guardingo, come di chi non ha premura. Di chi mai chino fende l’aria col petto, e la ispeziona.
  Una mano guantata s’aggrappava alla parete di destra, muoveva. Mappava i rilievi. Quotava le rientranze. Valutava gli spigoli. Si insinuava tra le fenditure. Tamburellava. Peregrinava a ritroso. Scorgeva. L’accesso al vano per l’ascensore, e il metallo sabbiato della porta che ne mediava la praticabilità. Oltre, solo la tromba delle scale che salivano ai piani alti.
  Sulla sinistra, un corridoio immetteva agli appartamenti. Tre, e il terzo sul fondo.
  I passi ripresero. Pesanti e lesti, stavolta. ll picchiettio del cuoio sul pavimento s’era fatto grave, spavaldo. Imboccarono il corridoio.
  L’uomo si arrestò di fronte l’ultima porta. Si protese fin sotto l’anta, massiccia. Giusto una spanna lo separava dall’ottone del pomello. La fessura che correva tra il battente e il pavimento si illuminò. Il chiavistello singhiozzò tre volte. Un breve cigolio, e il presagio di una mano in affondo sulla maniglia.
  Una luce fredda di faretti a led invadeva il forestiero e il primo terzo del corridoio. La sagoma dell’uomo sotto i riflettori riempiva lo specchio della porta. In una mano stringeva la maniglia della ventiquattrore, nell’altra una borsa molle d’un azzurrino slavato. Una di quelle termiche, argentate all’interno, che alle volte ti aggiudichi alla cassa del supermercato per due euro ogni cinquanta di spesa.
   Adesso, erano l’uno di fronte all’altro.
   La figura all’interno esordì goffa. La bocca mezza spalancata mentre vacillava sulla postura sollevandosi sui talloni. Le labbra s’arricciavano in cerchi concentrici e uno sbuffo sedato, vibrando, li attraversava tutti. Le vibrazioni strozzate di una vocale prolungata, che subito accoppiò a un <<caz-zo…>> sfuggitogli così fiaccamente che l’altro dovette riflettere per decidere se l’avesse davvero udito o se invece fosse stata solo una trama della sua mente.
   Dal forestiero non trapelavano emozioni né un muscolo si lasciava registrare fuori posto. La pioggia residua indugiatagli addosso arrancava tra le pieghe dell’impermeabile.
   Due occhi fissavano dall’alto altri due occhi che adesso miravano altrove. L’uscio cominciava a puntellarsi e gocciole si slacciavano in rivoli, trasmodando oltre la soglia.
   Il padrone di casa staccò gli occhi dal pavimento. Le labbra, affatto certe sul da farsi, così come guizzavano, lì per lì s’acquietavano. Serrò i muscoli del viso come in un ritrovato slancio e ruppe silenzio e indugi: <<Zio.>>
   Ma lo slancio durò il tempo di una intramuscolo. Il fiato, incerto, non era quello dell’oratore. Ammutolì di nuovo.
   Ma ecco che un guizzo istintivo più nelle sue corde gli giunse in soccorso. Ebbe l’impulso di tirarlo dentro, così si allungò afferrandogli un braccio, ma fu veemente e l’altro inamovibile come se pesasse quintali. Dosò malamente la forza, si sbilanciò all’indietro e venne giù. Lo zio fece scattare una mano che lo afferrò per la cintura dei pantaloni prima che finisse al tappeto, e lo trascinò in piedi. Come una marionetta. Con quei pantaloni larghi che gli arrivavano agli stinchi e i piedi ossuti che sbucavano penzoloni, senza calzini.
   Il giovane indietreggiò appiattendosi contro la parete del corridoio.
   Un passo, e l’ospite fu dentro. Con un gesto studiato sferrato di traverso proiettò il dorso della mano sinistra chiusa a pugno verso l’anta della porta, apparentemente senza tangerla. Ma questa schizzò, fino allo scatto, ovattato.
  Con le spalle ancora all’uscio, smise l’impermeabile rimanendo nel suo completo nero. 



(...)


M.
(L'uomo dei difetti...)

domenica 6 marzo 2016

Cosa conta davvero?

 
   
Ci sono giorni in cui l'umore prende i colori del cielo.
   Oggi è uno di quelli. Solitari. Malinconici. E malinconico, mi raffiguro.
   E allora, guardi fuori...
   La pioggia impatta contro le vetrate come raffiche di chiodi già spuntati, usati. Sai che pungono, ma anche che meno capaci penetrano.
   La vedi sbattere violenta e poi arrendevole scivolare via. <<Buona cosa!>>, direbbe qualcuno. Dipende, dico io.

   Io ho bisogno di botte forti, di lacerazioni che mi facciano vibrare perché uniche. Non sono per le raffiche blande. Sarà perché dopo aver provato l'accelerazione di gravità sulla Luna, quella sulla  Terra t'appesantisce. Mentre vorresti solo fluttuare.
Perché certi voli non saprebbero proprio come poter essere per tutti e non si possono smettere come se mai avessero decollato.
   E rivedi le tue giornate monche...
   Avresti voluto abbandonare tutto. Uscire al gelo col vento di traverso a tagliarti la faccia, le labbra  e occhi al cielo dissetarti attaccato a quella fonte che spontaneamente, a un tempo, t'accoglieva come il dono più prezioso. E fiera t'annegava d'amore, e di incertezza, ma era bella pure quella, perché era per te.

   Il tempo dà, il tempo toglie.
E t'accorgi che il tempo del chiarimento, non arriva mai. Perché certe cose, bisogna volerle in due. 
Per indole, preferisco l'amore alla guerra. E non è un cliché. Preferisco che mi si tolga il fiato con labbra sapienti, accordate e sovrapposte alle mie già fin troppo tumide, piuttosto che con un gesto delle mani. Preferisco le carezze al cuore in perenne stato aerobico. 
   Provi a formulare un pensiero e t'affanni alla ricerca di quel piccione che, stavolta, non passa. C'è sempre stato a imbrattarti il davanzale, eppure, oggi che doveva raccontar di te, non c'è. O forse non c'è mai stato perché, tanto, avrebbe trovato chiuso. Allora ti convinci che certi pensieri, desideri, non sia solo tu a saggiarli. Pensi che allorquando accordati brillino, e trovino da soli quel filo smarrito. E invece...
   Ti guardi intorno e t'accorgi di non esser più neanche così bravo a leggere, emozionare, a esser (S)peciale. 
E di rimando, subodori, d'esser fluito anche tu nell'ermetismo della sola ragione. Dove se privi della chiave del cuore, nulla è più decifrabile.

   Vedi riflesso nello specchio il volto e ti domandi: Cosa conta davvero? 
E nel petto t'illudi di non esser l'unico a meditar su siffatta questione. Benché rovente e passionale per natura, rilevando solo brina tutt'intorno, tenti di cambiare, e taci. Ma anche quello non va bene. Nulla, pare vada mai bene. Voglie e desideri in salamoia. E ti pare di non aver mai capito nulla. D'esser l'unico ballerino d'un passo a due mal assortito. O forse, sognato. Ma anche i sogni sanno come far male. E il dolore va rispettato. Trovo giusto ognuno parli del proprio e che non ci si addentri in giudizi su quello degli altri: perché difficile da presagire, e comprendere.
   Si sa, i rapporti tra le persone constano di ciò che dice l'uno, ciò che dice l'altro, e la verità (la Fallaci la sapeva lunga a riguardo...). 
   Quando si ha a che fare con qualcosa di grande, sia essa (A)micizia ovvero amore, non esiste orgoglio, rancore, esiste il solo volersi. E imparare dagli errori che, inevitabilmente, tutti sanno come commettere, nessuno escluso. E quando non si dispone di quell'altissima sensibilità atta a far questo ovvero i sentimenti non sono poi così turgidi è giusto sorridere alla vita, e guardare oltre.
  
Nella vita si può aver bisogno di tutto, non ci si deve vergognare per questo. Ma i sentimenti,  no. Quelli, non vanno elemosinati. Mai.

   Mi congedo dedicando ad (A)mici e viandanti un mio vecchio aforisma, e che sia di buon auspicio, fosse anche una carezza durante una giornata di pioggia.

"Trova qualcuno che (A)mi i tuoi difetti quando il sole brilla alto,

affinché dei pregi,
ne possa godere la notte."


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
   Spesso mi è stato domandato il perché io utilizzassi in talune occasioni le parentesi tonde. L'arcano è presto svelato. Si tratta di una notazione che chiamo: notazione parentetica. Un vezzo per taluni. Di grande enfasi, per me. Le parentesi tonde vanno considerate alla stregua di due BRACCIA FORTI e allo stesso tempo DELICATE che PROTEGGONO l'oggetto del loro abbraccio.  Scelsi questa notazione molto tempo fa per argomentare la differenza, a mio avviso, in essere, tra (A)micizia e amicizia; ne venne altresì fuori una "interessante" riflessione. Fondamentalmente serve per dar enfasi ad una parola o concetto. Per inciso: "(S)plendido" è un po' come dire "splendido", ma con l'aggiunta di un sentimento ovvero di vera partecipazione. E così l'abbraccio è dissimile dall'(A)bbraccio. Perché dentro un (A)bbraccio ci può essere un mondo che neanche il classico amore saprebbe come raccontare.

sabato 27 febbraio 2016

L'ultimo Cavaliere.




Allorquando il sentimento s'avvinse alla purezza 
e il desiderio fu scevro dall'inganno, 
quel cuore conobbe l'amore

ed erudito divenne scrigno. 

Tra fremiti slacciati e languidi 
il cavaliere le si sedette accanto. 
Calata la notte, 

ella lo rese dotto 
e dalla gioia poi,

il pianto. 


M.

(L'uomo dei difetti...)

giovedì 11 febbraio 2016

L'uomo che non c'era.



   Trova tre persone che la vedano come te.
Se ti sarà riuscito di farlo in fretta, allora, esse, a loro volta, ne troveranno altre tre ciascuna che saranno d'accordo con te.
   Prima del tramonto sarete già in tredici.

E così, un ramo avanti l'altro, allorché del pollastro ne udirai il salmodiare.
Prima che l'alba t'avrà intimorito gli occhi, una folla, tutt'intorno, 
t'avrà già accerchiato.
   E tutti la vedranno come te.


Allorquando il granello divenne mucchio,
il mucchio di te fece granello,
e delle tue idee un fascio.


   Non più l'uno sarà difforme dall'altro.
   Quel giorno, tu sarai un uomo comune. 
Ma se ti sarà riuscito difficile trovar anche un sol uno d'accordo con te... Della tua veste scevro, discosto da quel mucchio, più nudo dell'amplesso che t'offusca, all'attività che è fendente, avrai dato vita.
   Quel giorno, tu avrai cominciato a pensare.
Quel giorno, avrai scelto il mito.



M.
(L'uomo dei difetti...)

mercoledì 6 gennaio 2016

Il carbone, e la befana.




Ero solo un ragazzino...
   Mi piaceva il carbone. Da morire. Quello dolce, a tocchi, che trovi nelle calze preconfezionate. O meglio, quello che trovavano i più fortunati. A me, non capitava mai. E questo mi dispiaceva, e non poco. Per i miei cuginetti, invece, era un appuntamento fisso. E quando non mi riusciva di rubarglielo, lo barattavo con qualche cianfrusaglia, e lo assaggiavo per mano loro.
   In famiglia facevo il discolo di proposito perché così m'avevano raccontare di fare. Eppure, niente. Non m'arrivava mai.
   La mia sorellina, ch'era più grande di me, mi faceva: 
   <<Il carbone sta dentro le calze piccole che si comperano alle bancarelle. A te la befana ha sempre portato la calza gigante piena zeppa di cose buone... Di che ti lamenti!>>
   Sarà..., mi dicevo. In effetti, a esser grande era grande, ma... Il carbone, neanche a pagarlo.
   A distanza di anni, da buon viandante, ci ho voluto riprovare.
   La scorsa notte sono incappato in una faccenda niente male, e dalle sembianze di donna. Avevo le vesciche ai piedi, avanzavo con la grazia d'un palo e decisi di tagliare corto. Permutai le luci con la penombra, il bitume col fango ghiacciato e rincasai aggirando il ponte della Acque Medie imboccando il tratto sterrato. 
   Fu allora che la vidi. Mi piombò sotto. Mi bastò di scrutarla per pochi istanti, e fui certo d'incanto di avere a che fare con la befana. Non ebbi alcun dubbio. Anche perché a un certo punto m'accennò qualcosa riguardo la scopa. E io, francamente, come sento scopa da una donna mai veduta prima, non mi formalizzo più di tanto, e penso subito alla befana.
  Era più bassa di me. Abbondantemente. Di quasi una testa. Mi diede un'occhiata sommaria e mentre fingeva di sistemarsi quella che a me, in parvenza, pareva una cinta allungata, ma che quelli che parlano bene avrebbero di certo chiamato gonna, mi disse: 
   <<Ti va?>>
   Mi ritagliai il tempo per un lungo respiro mentre ancora le osservavo la bocca dischiusa e malamente imbellettata.
   <<Mi perdoni, signora. Sono fuori per il carbone, stanotte>>, le replicai con fermezza.
   Prese a sollevarsi con entrambe le mani quel che rimaneva della stoffa sotto la vita. A quel punto, io che non dormo da piedi, immaginai lo stesse facendo per il timore che l'oscurità rotta da quell'unico fioco lampione, non m'avesse fatto ancora intendere che la befana tutto indossasse fuorché le mutande. <<Ragazzo, ho tutto quello che ti serve. Ed è tutto qui. Vieni, vieni... Che ne ho tanto di carbone, e fuoco.>>
   Le mie certezze, d'un tratto, vacillarono. E allora scaltro, m'attanagliò il dubbio. Non ero più affatto certo ci stessimo riferendo allo stesso articolo. Le posai il mio sguardo addosso, lo feci scorrere da capo a piedi e arrangiando poi le labbra in un ghigno, pensai: Allora la mia è proprio una condanna... Io e il carbone, uno da una parte, e uno dall'altra.
   Mi sistemai la tesa del queensland che portavo sul capo, e dissi la mia col tono più saggio che scovai:
    <<Si copra, signora. Fa freddo, stanotte.>>
   M'ero già avviato per una ventina di metri quando udii ancora la sua voce roca provenire da dietro, ben oltre le mie spalle.
    <<Ragazzo! Ragazzo, dico a te! Ma non avevi voglia di carbone? T'assicuro che così rovente...>>
   Ecco, se sette anni prima non avessi smesso di fumare, adesso, avrei frugato le tasche e tirato fuori Zippo e Chesterfield. Tutto m'era eccentricamente chiaro. Tanto ieri, da piccino, quanto oggi, da uomo.
   Torsi il collo, la guardai di traverso e spavaldo alzai testa, cappello e voce:
   <<Dice bene, signora. Dice bene! Certo che lo volevo, l'ho sempre voluto. Ma... Che le devo dire, evidentemente, non l'ho mai meritato.>>

M.
(L'uomo dei difetti...)

martedì 5 gennaio 2016

Il Viandante, e il Sognatore.




   Mi piace la dolcezza, e mi piace non doverlo nascondere. Mi piacciono le persone affabili, e pulite. Mi piacciono le persone che non si nascondano dietro un dito, che diventa una mano. Mi piacciono le persone trasparenti, e non mi riferisco alla figura. Mi piacciono le persone lontane dai riflettori, e dagli intrallazzi. Mi piacciono le persone che quando ti pensino guardino fuori dalla finestra alla ricerca di un piccione, e che poi lo seguano, innamorate, con gli occhi. Mi piacciono le persone per le quali le parole non siano il frutto del solo calcolo combinatorio applicato all'insieme delle lettere dell'alfabeto. Mi piacciono le persone che a labbra serrate sappiano come farti sentire unico, tra i tanti d'un mazzo. Mi piacciono le persone che sappiano come lasciare il mondo fuori, e con un gesto, puro, e non rubato, sappiano trasformare le lacrime in stille di vita. Mi piacciono le persone per le quali venga prima io, e solo poi, il fugace. Mi piacciono le persone che allorquando vinte dal desiderio di baciarti, non si vergognino, e non attendano la notte, quando tutti dormono. Mi piacciono le persone che dotte, umili, sappiano come discernere il vero dal verosimile.
   Sono un Sognatore perché nei miei sogni la terra dove le lacrime hanno il solo sapore della gioia, dove chi dice di volerti bene te ne vuole davvero, dove non sei solo un numero in una lista ordinata...  Ecco, nei miei sogni, quella terra esiste. Per questo sono un Sognatore.
   E in un mondo dove tanti sanno come rubarti tutto, consumistico finanche nei sentimenti, dove l'effimero e la superficialità leggiadri allorché spavaldi imperano... Ho bisogno di coccolare un sogno. Questo. Il mio. Perché fin quando saprò come sognare, io saprò d'essere ancora in vita. 
Per questo sono un Viandante.



M.
(L'uomo dei difetti...)

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