Allorquando tumido e voluttuoso figurava saldo, quel che nulla poté l’inverno, il terzo che dei dodici fu il pazzo, l’indissolubile, sfaldò. Là, m’abbeverai. M’abbeverò. Perché del dono, ne spartiva il conto. Del di lei Canto prezioso poi, le scarlatte mie, umettate e fiere, arroganti ne soffocavano gli intenti. E del tempo in cui credevo, sano, ne crebbe il sentimento. Ma del desio, il solo vento. E se io fossi lo stesso dei lucciconi ne farei stagno. Bensì il petto più mi batto allorché del sogno ne feci incetta, e fiammante, al nuovo, pronto io m’affioro. Perché fiero, dal novello ispirato ravveduto riconosco, quel che mai fu davvero il mio. Sereno per davvero oggi io sorrido a quanto il cuor mai spense, ed esterrefatto miro all’ardore già disperso, che lascivo, in concordia, trasferì. [Post Scriptum] Ci sono notti in cui al giaciglio fai ritorno con le vesti impregnate di battaglia. E scevro delle forze, subitaneo, ti sorridi. Perché il cremisi che a...