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mercoledì 23 dicembre 2015

I miei ricordi di Natale.

  



Ci fu un tempo che mi vide piccino…
   Non saprei come parafrasarlo, ma allorquando nostalgico, talora malinconico, mi ritrovo ad abbandonare il corso d’opera a favore della mia infanzia, alla mente un solo mese, un solo luogo, e al corpo una sola percezione affiorano. Dicembre e il freddo, fuori. I miei affetti raccolti di fronte al camino e al caldo, dentro.
   Mia mamma che stende castagne, patate americane, e mentre racconta aneddoti su antenati e Janare che giura essere veri, mi rimprovera di star troppo sotto, troppo vicino al fuoco, e al suo scoppiettio.
   Mi sembra di sentirla: <<Togliti di là! E tu, Stefà stai attento a Massimino! >>, ah be’, le mamme, che bella invenzione le mamme. Su questo, poco è davvero cambiato, per lei sono Massimino anche oggi che ho quarant'anni e supero il metro e ottanta.
   E io, puntualmente, come se mai glielo avessi domandato prima: <<Mamma… Cosa sono quei fischi che fa il fuoco?>>.
<<Quelle sono le malelingue, Massimino.>>
<<Le malelingue? Parlano male di te?>>
<<No, solo di te. Adesso scaldati, e stai zitto perché devo studiare>>, intromettendosi tra me e la mamma, mi rispondeva mia sorella che poi intenerita dal mio esserci rimasto male, sorridendo, mi passava la mano tra i capelli, scompigliandoli. E facendomi sentire ancor più piccolo di quanto in realtà io fossi. E mi piaceva, perché ero un bambino. Perché il mondo e il suo lerciume non m’aveva ancora invaso le froge. Perché l’odore di certi istanti, te lo ritrovi impregnato nei ricordi fino alla fine. Quasi a volerti dire: questo è ciò che è stato. Questo è ciò che mai tornerai ad avere. Fattelo bastare.
   E invece, non basta mai. 
   Le cose belle non bastano mai perché durano poco. Troppo poco. A cinque anni, come a quaranta. Sempre.
   Ho sempre avuto le mani gelate. Mani e piedi ghiacciati. Mia sorella, ch'era più grande di me, ci scherzava: <<Hai le mani ghiacciate perché il sangue ti è finito tutto sulle labbra!>>, e tutti ridevano, e ridevo anch’io. Ma non sapevo il perché. Era bello e basta. Tuttavia, la spensieratezza, le risate, tutto faceva parte del conto. Perché le cose che contano non sono mai in saldo. E la vita, segna tutto. Il pareggio non esiste.
   Esistono le lacrime. Ma questa è un'altra storia.
   E allora, in attesa di raccontarvene altre e piacevoli:
   Buon Natale, davvero, e a tutti.


M.

(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]


Eh, già: è di nuovo Natale. E di nuovo vi ho lasciato in compagnia dei ricordi di quando ero bambino. Sempre gli stessi, perché io mai fui più lo stesso. Ricordi di quando tutto era bello. Di quando io e mia sorella Stefania scherzavamo, litigavamo, sorridevamo e piangevamo, entrambi sulla stessa Terra. Un nuovo anno non è solo un anno in più sul groppone, ma è anche un anno in meno che mi separa dal riabbracciarla. E allora, io lo rispetto, perché esso non m'è ostile.

venerdì 18 settembre 2015

Un pomeriggio, all'improvviso.


Un pomeriggio, così, all'improvviso

Chantal irruppe nella mia vita in un giorno qualunque, durante un appostamento qualunque, in un luogo affatto qualunque.
   Sorvegliavo quell’androne e quelle imposte da tre giorni e quattro notti. Complici l’astinenza dalla nicotina, il rapporto ormai a distanza che avevo instaurato con il letto, la fame o il vento che soffiava la pioggia contro il parabrezza al ritmo di una Breda 37, che commisi l’errore che un buon poliziotto non dovrebbe mai commettere. 
   Lasciai che il più bel pezzo di femmina che avessi mai veduto uscire da un'auto, incrociasse e sostenesse per più di quattro secondi il mio sguardo.
   Quattro luridi secondi in senso assoluto possono significare un bel niente. Si tratta tutto sommato di un lasso temporale trascurabile, di un nonnulla. Ma nella sottile dinamica dell’attrazione trai i sessi, il pacchetto dei quattro secondi segna il limite oltre il quale viaggia la sola perdizione. Dove tutto è possibile. Ma anche dove il paracadute non si apre mai. E allora, fuggi! Scappa, prima che l’uomo tutto d’un pezzo vacilli e la diavolessa con la frusta risalga gli inferi a morderti le chiappe. Perché se non abbassi lo sguardo prima del quarto secondo o non te la dai a gambe levate, amico mio sei bello che fottuto.
   Avevo appena abbassato il finestrino del lato passeggero per squadrare meglio un tizio che la vidi scendere dal coupé Mercedes, sola. La gonna stretta che le sale sulle cosce e il tacco che la slancia diritta verso il paradiso, ma a metà strada, prende a fissare me che già fissavo lei. E riparte il cronometro. Uno, due, tre, quattro… E cazzo!
   Ormai era andata, alle orecchie già gracchiava il nano di Funeral Party che saltellava da una gambetta all'altra coi pollici all'insù: <<Cazzo, amico... Sei fottuto!>>
   Davanti agli occhi della mente ho veduto il parabrezza spaccarsi in due proiezioni indipendenti come al cinematografo. Da un lato c'era il fungo dell'atomica che m'accecava e dell'altro vedevo il tradimento di Dalila, il trancio delle sette trecce, Sansone e tutti i filistei tra le macerie. 
   Io non potevo permettermi di andare via. Allora pregai andasse via lei. E se ne andò. Sgattaiolò di corsa con la giacca sopra la testa lungo il viottolo alberato attiguo al palazzo che tenevo sott'occhio.
   Anche se tutte le prove sono contro di me, vi assicuro che il mio cervello è, ed è sempre stato, localizzato nel cranio. Ma già le mie fantasie avevano preso il la.
   Non ebbi neanche il tempo di patirne la mancanza che me la ritrovai a pochi passi, sul marciapiede, e con un pastore tedesco al guinzaglio che letteralmente la trascinava. Mi passò di fianco, avanti e indietro, più e più volte. Si era cambiata, adesso indossava una camicetta bianca sotto un blazer di tweed. 
   Sapevo di non doverlo fare, ma era più forte di me. Abbassai il finestrino e lo tenni giù, il gomito appena appoggiato sulla guaina della portiera e la radice di liquirizia infilata tra le labbra, salda tra i miei denti.
   Ci guardammo ancora, più volte in pochi istanti.
   Il cane, di razza pura, s’avvicina con le orecchie rizzate come antenne alla mia gomma anteriore sinistra annusando a terra. Ma è solo una finta, soffoca un guaito e schizza fuori dal marciapiede. La donna lo trattiene a fatica mentre l’animale la strattona.
   <<Rasti! Buono!>>, la sento gridare. Una smorfia con la bocca, un gesto di stizza e il guinzaglio finisce nell’altra mano.
   Adesso, mi dà le spalle. Mi ritrovo con un biglietto in prima fila per uno spettacolo al quale avrei voluto assistere a tutte le repliche vita natural durante.
   Rasti allenta la presa e torna scodinzolando dalla dea padrona, che si volta, e mi sorride. Si avvicina di un passo, la dea mi sorride ancora e i passi diventano due. Non piove più, ma scorgo un fulmine che fende il plumbeo oltre il vecchio mattatoio in fondo alla strada.
   Inclino la testa, incurvo le labbra e mi sporgo oltre il finestrino. Qualcosa sta per accadere, lo so, sento. Muove la bocca, mi occhieggia timida: è il momento di parlare, ma tentenna. Poi, prende coraggio: <<Mi scusi...>>, quasi balbetta. <<Saprebbe dirmi che ore sono?>>
   Con le labbra le sorrido anch’io. Con la testa penso: la scusa più stronza!
   Le sorrido ancora, e penso alla diavolessa che prima o poi verrà a mordermi le chiappe.



M.
(L'uomo dei difetti...)

lunedì 31 agosto 2015

La credibilità del testimone (stralcio tratto da un progetto narrativo al quale sto lavorando: DELITTO IN GIACCA e CRAVATTA)

Introduzione per comprendere la scena.

   Un tizio, un certo Sig. Pinto, telefona al 113 riferendo di aver veduto da "lontano" e da altezza ragguardevole, un uomo ben vestito, inerme sull'asfalto cocente d'Agosto, lungo una nota via di Latina.
Il Sig. Pinto è un operaio in forza all’acquedotto di Latina nord; il più alto serbatoio pensile dell’agro pontino. Curiosa forma a fungo, tipico dell’era post-fascista.
Il commissario Massimo Del Monaco, trasferito nuovamente a Latina dopo sette lunghi anni di assenza, è incaricato delle indagini. E la prima cosa che vuole fare, è dirigersi verso l’acquedotto, e verificare la storia del Sig. Pinto ovvero verificare che davvero dalla sua posizione si potesse osservare il corpo della vittima localizzato a circa 500 metri di distanza…

(...)

   Il commissario attraversò le strisce pedonali e si trovò di fronte l'inferriata di cinta, verde,  che come un abbraccio stringeva a sé gli organi che garantivano l'approvvigionamento di acqua potabile ai residenti. Lì in mezzo, solitario, attorniato da accudite aiuole e arbusti sempreverdi, s'ergeva mastodontico il serbatoio pensile. Un'enorme struttura di calcestruzzo armato proiettato verso il cielo come un pistone verso la testata. Oltre cinquanta metri di curiosa forma a fungo, e di fascisti natali. E quello interessava al commissario. Il gigantesco fungo ovvero la visibilità che dalla sommità di quel fungo si poteva avere.

IL FUNGO DI LATINA NORD


   Vide due operai in divisa lasciare dinoccolati l'impianto e il cancello elettrico richiudersi. Sulla porzione inamovibile campeggiava azzurro il logo del gestore a capitali stranieri. Frutto e non ultimo della tanto osannata privatizzazione.
   Suonò al citofono e si presentò. D'incanto l'attuatore ottico prese a illuminarsi d'un colore arancio, intermittente, mentre il cancello d'un grigio cinerino aveva già cominciato a scorrere.   
   Un uomo dalla corporatura piuttosto esile, paonazzo in viso, gli veniva incontro a passo svelto.
   << Salve... Sono il commissario Del Monaco, ho premura di conferire con il signore che ha telefonato al nostro centralino qualche ora fa. >>, esordì il commissario mentre stringeva la mano che l'altro gli aveva porto.
   << Si... Ho chiamato io, prima è passato un agente per dirmi di rimanere a disposizione perché qualcuno sarebbe venuto ad ascoltarmi...Ecco... Io non credevo di alzare un polverone... Qua già tutti i colleghi mi guardano storto... Sembra quasi che io abbia fatto qualcosa di male... >>, rispose l'uomo, con voce incerta, deglutendo più volte.
   << Lei ha fatto benissimo, ed è un tangibile segno di civiltà. Ma andiamo per gradi. Una cosa alla volta. Innanzitutto, come si chiama ? >>
   << Rosario Pinto. >>, gli rispose l'operaio, tirando un sospiro di sollievo.
   << Benissimo sig. Rosario, vorrei mi conducesse ora nel punto esatto dal quale ha veduto... Quello che ha veduto. >>
   L'uomo lo scortò fino al basamento cilindrico della colossale costruzione. Di fronte, il pertugio d'accesso. Una porticina di ferro e lamiera che quasi stonava in quel contesto dove tutto era ciclopico. Entrarono. Il Pinto avanti, e il commissario al seguito. I due si scambiarono un'occhiata, e quella del commissario era decisamente preoccupata; poi l'operaio fiatò:
<< Si maresciallo, dobbiamo farcela a piedi. >>
   L'unico loro lasciapassare per la sommità di quel colosso di cemento aveva sembianze decisamente non amichevoli. Quattrocento scalini, ripidi, grezzi,  e tanto moto.
   Sbucarono fuori dall'altro capo della scala dieci minuti più tardi. Avevano finalmente raggiunto la vetta. Spaziosa, circolare, calpestabile e protetta da solida ringhiera di tubolari in ferro. Dal centro veniva su l'antenna cui era ancorata la luce intermittente di segnalazione. Rossa, come la vernice che correva fuori dal cappello. Giusto una spanna sotto la ringhiera.
   Mentre il commissario si liberava dal fiatone per quegli ultimi  gradini fatti di corsa, il Pinto aveva già raggiunto la posizione incriminata. E stretto con le mani il mancorrente del parapetto, si voltò cercando il commissario.
   << E' questo il punto, maresciallo... Venga, venga... >>
   Il commissario, s'avvicinò. Ruotando lentamente su se stesso come le lancette di un orologio, prese a guardarsi intorno. A un certo punto scosse la testa, sbuffando come a voler dire “Caro Pinto, non ci siamo... Non ci siamo proprio...”.
   << Signor Pinto, ho due notizie per lei. La prima è che mi ha già chiamato due volte maresciallo. Ed io non lo sono. La seconda è che non sto qui per perdere tempo. Quindi, basta puttanate, e passiamo alla verità. >>, esordì secco il commissario e indossato il suo sguardo più accigliato, lo raggelò.
   << Ma... Non capisco, cosa... Che significa... E' questo, davvero... E' questo il posto... Lo giuro! >>, rispose l'altro, con fare incerto, vistosamente mendace.
   << Ah, si? Venga, venga... >>, il commissario gli poggiò una mano sulla spalla e con l'indice dell'altra gli indicò la figura di quella che avrebbe dovuto essere una persona in bicicletta scorrazzare in una via attigua.
   << Mi dica... Non abbia timore, com'è vestita quella persona sulla bici ? E soprattutto, si tratta di un uomo oppure di una donna ? >>, gli domandò il commissario con atteggiamento accondiscendente.
   L'uomo si vide spaesato. Madido in viso. Il test del commissario l'aveva interdetto. Spiazzato. E non poteva essere altrimenti. Perché da lì sopra non si vedeva un bel niente. Risultava difficile distinguere anche il solo colore degli abiti di quella persona in bicicletta. Figuriamoci la sagoma di un uomo vestito dello stesso colore dell'asfalto e ad una distanza tripla rispetto a quella del test appena posto in essere. 
   << Il fatto... E' che... Durante le pause mi piace fare del bird watching e allora, di tanto in tanto, porto con me il binocolo che ho fin da ragazzo. >>
   Forse ci stiamo avvicinando alla verità, pensò il commissario. Poi domandò: << E dove si trova il suo binocolo, adesso ? >>
   << Giù nella guardiola. Nella mia sacca. L'ho lasciata quando è arrivato lei... Non credevo servisse. Se vuole mi faccio portare la borsa. >>
   << Eh, già... Serve. Se la faccia portare su, e di corsa. >>, sentenziò di getto il commissario. Lo sguardo gli finì sull'ultimo gradino della porta di ferro dalla quale erano apparsi dianzi e un flebile risolino gli sfuggì beffardo. Già, di corsa, pensò.
   L'operaio si tastò le tasche della salopette e da una ne estrasse un obsoleto Motorola 8700. 
Aprì lo sportelletto, armeggiò sulla rubrica e seduta stante convocò un suo collega. Dopo un quarto d'ora se lo videro sbucare all'aria aperta e consegnò loro un vecchio zaino Invicta Jolly Top.
   Salutò, e così com'era apparso, svanì. Fretta di tornare al proprio turno o forse, di non immischiarsi in quella faccenda.
   Afferrato il binocolo, il commissario si rese conto che la visibilità era ottimale.
   Poté riconoscere la sagoma di gesso che aveva preso il posto della vittima evidentemente già trasportata all'obitorio. Osservare gli operatori della scientifica scattare fotografie sul balcone del secondo piano, e la matassa di cavo residuo ricoperta ancora dal nylon, adagiarsi malferma tra le onde dei coppi.
   Ebbene, si. La storia del signor Pinto era credibile. Eccezion fatta per la motivazione. Il bird watching. Motivazione alla quale il commissario credeva quanto all'esistenza di babbo natale.
   Talvolta, però, capita, che è proprio quando meno te l'aspetti che la soluzione, come d'incanto, acquisisce forma, assume piega. Come uno ologramma. Come uno spettacolo. Dinanzi gli occhi. Oltre l'obiettivo.
   E la soluzione che si paventò davanti agli occhi del commissario aveva le sembianze di un abbondante fondo schiena latteo che figurava ancor più generoso a causa di quello slip che appena accennato, scaltro, s'era insinuato tra le pieghe più profonde. In realtà, il commissario accettò l'ipotesi che ella ne indossasse effettivamente uno solo dopo aver osservato i fianchi cui erano annodati dei lunghi e fantasiosi laccetti decorati da perle.  
   Accanto ai piedi, un tavolino di poco conto in plastica bianca, circolare, uno di quelli col buco al centro per l'asta del parasole. Sul piano trovavano posto un pacchetto di Merit, un accendino e due bicchieri di vetro, alti, dai quali fuoriuscivano cannucce e ombrellini di carta, variopinti. Un ombrellone, la cui asta appariva parzialmente ripiegata, celava agli occhi del commissario il resto di quel corpo.
   Ad un certo punto entra a far parte dell'inquadratura una seconda donna, decisamente magra, anch'essa di carnagione molto chiara. Bionda. Un modesto tanga bianco ne arricchiva solitario la nivea epidermide. Una mano brandiva la confezione di una famosa marca di creme abbronzanti, arancione.
   Ancora in piedi accostò entrambe le mani a quel flacone che ormai cominciava a deformarsi come stretto in morsa. Un colpo energico, una stretta possente, rapida e un flusso assai copioso s'andava depositando sul corpo dell'altra donna, all'altezza delle reni. Bianco come la neve. Di certo caldo, come il tepore di quel sole, che presto, le avrebbe accarezzate entrambe...



M.
(L'uomo dei difetti...)

martedì 18 agosto 2015

Il Cavaliere, e la Luna.

Il Cavaliere, e la Luna


Allorquando il sogno
 si riflesse negli occhi della fanciulla,
il Cavaliere

smise i grevi panni di difetti intrisi
e armato di sole carezze
le afferrò la mano,

ed invidiosa la Luna,
la danza, illuminò. 



 M.
(L'uomo dei difetti...)

giovedì 13 agosto 2015

Le mani sapienti.


LA MANI SAPIENTI


Libere saggiarono scaltre giacché bramate,
,
dove alle diverse, 
il solo scorgere fu precluso. 




M. 
(L'uomo dei difetti...)

mercoledì 5 agosto 2015

Il turgore di quella sola notte.

Il turgore di quella sola notte


Il turgore di quella notte,
spazzò via ogni notte.

Dallo squarcio l'aurora s'avventò sulla fanciulla,
e su quelle labbra che tumide, 
or ora laceranti saggiavano e allorché dotte,
arroventate e poi sapienti,
la risanavano. 

Perché al mistero mai s'arrese
giacché ella l'ebbe scelte.
E cullata fosse anche tra un milione,
ovunque, l'avrebbe ravvisate. 
Perché di quei baci stagliò il fragore
allorquando spumeggianti l'avviluppavano, 
e poi morbidi e lascivi,
la riassettavano.
Nel turgore, 
detonante,
di quella sola notte.

Così come l'indaco non discioglie, 
la voluttà di quell'incanto la resa ebbra e orgogliosa e fiera, 
dacché adesso, ella sapeva... 


M.
(L'uomo dei difetti...)

venerdì 31 luglio 2015

Quanta storia dietro un Vecchio.



IL VECCHIO



Non conquisto nuove terre per recintarle,
le conquisto per conoscerle.

A me non importa se l'amore impazzisce ancora per il mio odore,
se ho gettato la spugna o se ho deposto le armi.
Quello che conta è averlo conosciuto.

Attraverserò la primavera,
poi quella dopo, e altre ancora.
Avrò gli occhi zuppi d'acqua,
saprò tante cose più d'oggi,
altrettante ne avrò dimenticate
e allora mi chiameranno vecchio.
Non il saggio,
il vecchio.
Quanta storia dietro un vecchio...


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
A ogni nuovo respiro, si fa la storia.
Immaginandomi al capolinea, vorrei potermi voltare e abbandonarmi a un'ultima illusione: aver fatto della buona storia.
Quella che avete letto è una riflessione alla quale sono intimamente legato. La scrissi qualche anno fa, a matita, e la scrissi per me.
Davanti, avevo il camino. 
Alle spalle, i trentacinque anni che m'avevano veduto bambino, ragazzo, uomo.
Intorno, solo l'abbraccio dei ricordi. 
Lo sguardo, solo in parvenza perduto a discernere tra le fiamme il punto angoloso dalla cuspide. Avrei voluto, forse dovuto, esser nudo per godere appieno della proiezione che al di qua dei miei occhi s'andava saggiando.
Ho provato a immaginare il vecchio che potrei diventare...

martedì 21 luglio 2015

Il gelo divise ciò che il cuore mai spazzò

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla
Il gelo divise ciò che il cuore mai spazzò



Così come dalla corrente che fu d’Agulhas 
guizzò fiero il solitone,
così il vento che dell’altro ne fu il trespolo,
subitaneo, soffiò stanotte.


Perché se è vero che l’uno rifugge l’altro per l’onor d’un rigore
e d’una carta che canta,

allora sulla frequenza io già accordato,
attendo e mi domando cosa mai intonerà
allorquando quel cremisi che pulsando impazza,
annegherà in lucciconi,
terre, lembi, e quel fido rigore.
E al cuor non basta l’ammucchiar figure,

che a un tempo,
narravano la gioia del leccarsi al tramonto. 
Ferite vere, e ricercati giacché scarlatti voluttuosi rivoli.

E benché a tono di chiusura quanto la ragion sussurra,
ciò che col gelo il pavido divise,
l’arroventato cuore,
risorgendo, mai spazzò.

E di questo, oggi ne son certo,
quella carta, salmodiando, narrò.




M.
(L'uomo dei difetti...)

venerdì 17 luglio 2015

Al ventur lerciume l'uomo fu forgiato da quel senno, che poi, fu il primo.

Al ventur lerciume l'uomo fu forgiato da quel senno, che poi, fu il primo.

Talvolta getti l'ancora e ti soffermi a riflettere sulle vicissitudini della vita, anche le meno tangibili.
Talvolta ti fai un'idea di una persona già il primo giorno, e dentro di te vorresti fosse sbagliata.
Tenterà di convincerti di essere diversa da come tu la vedi, e provi a crederle; è anche giusto farlo.
Tuttavia, a ogni piè sospinto, capita, fosse anche dall'imposta più tetra, che la nuda verità s'affacci spavalda a illuminar ragione: e ti rendi effettivamente conto di chi hai avuto davanti.
Però, stavolta, ironia della sorte, la delusione sarà tutt'altro che longeva, non ne rimarrai stupito.
In fin dei conti, lo sapevi già.





M.
(L'uomo dei difetti...

[Post Scriptum]
Per i graditi ospiti al mio umile desco ho sintetizzato, in un aforisma a mo' di promemoria, crudo e non meno illuminante, la digressione di cui sopra: Al ventur lerciume l'uomo fu forgiato da quel senno, che poi,  fu il primo.


mercoledì 8 luglio 2015

L'uomo del dì feriale.

L'uomo del dì feriale.

Se ti manca l'aria solo quando sei da sola,
non curartene, perché a mancarti non sono io. 
A mancarti è un'idea.
L'idea che di me ti sei fatta.


 Allora io ti dico: apri le finestre, tutte!
 E ancor prima che l'ultimo pertugio fu dischiuso,
 leggiadra e tronfia,

 ella tornò a respirare.
 Come fosse già notte, come fosse già Sabato, notte.


Ma era solo un altro dì.  Feriale.
E non era il mio.


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]

   Scrissi la riflessione che avete appena letto parecchio tempo or sono. Ho voglia di riproporla oggi per i Viandanti che vorranno sostare al mio umile desco perché ritengo sia sempre attuale. Se ne parlava proprio ieri con una mia amica che si guadagna da vivere facendo la psicologa.
   A chi non è capitato di esser cercato e ritenuto importante quasi insostituibile solo quando chi ti cerca non abbia da far di meglio?
   Io credo che la vera indole delle persone si manifesti nei dettagli. Nei comportamenti, e non solo nelle parole spesso tutte figlie dello stesso ceppo. Nulla importa che il giorno sia feriale o non feriale, se sia Sabato o Lunedì.  Se sei importante, lo sei sempre. E si vede. Si deve vedere. Perché mai quel dubbio ci attanagli.
   Perché è così labile il confine tra chi davvero ti vuole bene e chi lo racconta...

lunedì 29 giugno 2015

RoToPuzZle 2015

  GiocoPersoGrandeBellezza.png


Provo a leggervi nella mente: Ma che ci fa Tony Servillo lì sopra?
   Seguitemi.
   Dunque, qualche tempo or sono, per lavoro, stavo progettando un componente di un sistema esperto. Poi, durante la fase di debugging mentre tentavo di scovare e sistemare quanti più problemi possibili, notai che un risultato inatteso e non desiderato poteva tornare (in altra sede) utile per tirarci fuori (a tempo perso) un passatempo semplice e carino per riempire le pause e/o ritrovare la concentrazione; un antistress con intenti ludico-costruttivi.
   Facendola breve, nei ritagli di tempo ho scritto un’applicazione per Sistemi Operativi Microsoft Windows, denominata RoToPuzZle


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ESEMPIO DI rotopuzzle DA 100 PEZZI RISOLTO

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ESEMPIO DI rotopuzzle DA 100 PEZZI SCOMBUSSOLATO

 Il software RoToPuzZle è una applicazione leggera con intenti ludico-costruttivi per la manipolazione dei puzzle rotativi, detti anche puzzle a rotazione e che, da adesso in avanti, denoteremo col termine di rotopuzzle.
   Nulla di complesso astruso o ciclopico quindi, nulla che abbia a che fare (almeno direttamente) con la produttività aziendale o il business, ma cibo, cibo per la mente sotto le vesti d’un classico rivisitato.
   Un rotopuzzle è una variante del classico puzzle da tavolo che ben si presta al trattamento mediante mezzi automatici e all’interpretazione nella forma di gioco antistress e di abilità per sistemi a microprocessore; includendo in questa definizione, naturalmente, anche i moderni dispositivi mobili.
   Tuttavia, adesso, facciamo un passo indietro. Essendo il termine rotopuzzle formato dall’accorpamento dei vocabili roto e puzzle, è bene spendere qualche parola affinché se ne illumini significato e intenti.
   Tutti conosciamo il classico “puzzle” (più precisamente, jigsaw puzzle).
“Il puzzle (in inglese [ˈpʌzl]; in italiano /ˈpazel, ˈpazol/ o anche /ˈpuʦle) è un gioco da tavolo in cui bisogna incastrare tra loro dei pezzi di cartone di piccole dimensioni fino a risalire all'immagine originale.”
   In commercio troviamo puzzle delle più disparate dimensioni e soggetti. Per quanto riguarda il numero di pezzi, si va dai puzzle formati da poche decine di tasselli, in genere dedicati ai bambini, ai giganti dalle parecchie migliaia di parti.
   Altro fattore degno di nota è la forma. Comunemente i puzzle da tavolo hanno forma rettangolare, con rapporto fra i lati analogo a quello delle fotografie (4:3) o dei formati tipografici (7:5).
Partendo dai singoli elementi “sciolti” piovuti fuori dalla confezione, dobbiamo ricomporre l’immagine originale stampata sulla scatola, scovando nel mucchio, uno dopo l’altro, i tasselli che realizzano l’incastro corretto.
   È certamente un bel passatempo e alla fine, dopo tanta fatica, come premio, il pregio di poter incorniciare il lavoro appena completato (o risolto), metterlo sotto vetro e magari appenderlo al muro.
   A seconda del tempo che riserviamo a questo hobby, per completare un puzzle da tavolo possono occorrere ore, giorni o addirittura mesi per quelli da parecchie migliaia di pezzi. Facciamo altresì osservare quanto la stessa gestione di un puzzle di grandi dimensioni non sia cosa di poco conto e richieda tavoli da lavoro di tutto rispetto. Come metro di paragone si consideri, ad esempio, che la preparazione di un puzzle da diciottomila pezzi potrà richiedere una superficie libera di ben sei metri quadri… Certamente non alla portata di tutti! 
   Da ciò pare evidente quanto la composizione di un puzzle sia un’attività dove la pazienza giochi un ruolo di prim’ordine: si seleziona con attenzione il pezzo giusto per forma e tinte, lo si applica e si prosegue; se poi il candidato scelto non dovesse risultare quello giusto, niente paura, stoici e impavidi faremo ritorno al tavolo dei pezzi sparpagliati per nuove avventurose ricerche.
   Tirando le somme: il fattore tempo, non gioca un ruolo fondamentale. Se siamo stanchi, mettiamo da parte (con estrema cura, per non disfarlo) il lavoro finora svolto: ci ritorneremo sopra la volta dopo. Questa è la prima differenza fondamentale tra il puzzle (classico) appena descritto e i puzzle rotativi, nei quali il tempo impiegato nella loro risoluzione è un parametro imprescindibile.
   I rotopuzzle (pronunciati in italiano “roto pazol” o anche “rotopuʦle”) si prefiggono lo scopo di riempire le nostre pause giornaliere in modo costruttivo e allo stesso tempo piacevole, stuzzicando la mente e concorrendo, pungolando il ragionamento logico, a mantenerla giovane e reattiva. Ed è per questo che rappresentano un diversivo adatto a tutte le età.
Sì, perché risolvere un rotopuzzle ci terrà occupati solo per una manciata di minuti e saremo noi a decidere, compatibilmente con impegni e priorità, se risolverne un altro o se fermarci, mentalmente “rifocillati”.
   Secondo l'Alzheimer Society of Canada, impegnarsi nella risoluzione di un puzzle è una delle tante attività che possono aiutare a mantenere il cervello attivo e contribuire a ridurre il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.
   Altro non voglio dirvi perché, come constaterete da soli, è più semplice giocarci che narrarne gesta ed equipaggiamento. Sito WEB di riferimento: [www.rotopuzzle.altervista.org]

   Mi congedo augurandovi una buona settimana con l'auspicio che vi divertiate a usarlo perlomeno la metà di quanto io mi sia divertito a scriverlo.

Felice RoToPuzZle a tut
ti!


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
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giovedì 14 maggio 2015

Zagara.

Zagara. sulle labbra, e sul cuore.


Aveva smesso di piovere già da un pezzo.
  Sulle mani, intirizzite, il gelo apriva scaglie vive e poi vermiglie me le seccava. Alla schiena era andata pure peggio. Il mantello, nero, greve e fradicio mi lambiva la spina dorsale con la passione d'una carezza di ghiaccio, che graffiante mi rizzava dritto a ogni impronta dell'incerto mio incedere. 

    Alle narici, del solo miele l'effluvio. No, non profumava neanche alla lontana di miele d'acacia. Quello lo conoscevo bene. Di agrumi. Folgorante, mi sovvenne.
    <<Di Zagara>>, il Vento, dotto, da dietro le spalle mi soffiò puntuale.
    I viandanti si sa, fanno razza a sé. Eccentrici. Saggi, talvolta. Conoscono i venti e i venti sanno come riconoscere loro. Si racconta che abbiano due soli compagni. Il bastone, per saggiare. Il vento, per sapere dove andareAnch'io avevo i miei. E l'altro, presto mi resi conto, non era il bastone.
   Due uomini che provenivano da direzioni opposte mi urtarono le spalle. Quello anziano, azzimato, vestiva il solo bianco, l'altro il solo nero. Mai veduti prima.
   Si toccarono la falda del cappello e con un cenno del capo abbozzarono un saluto. Io feci lo stesso.

    <<Che buon profumo di arabica!>>, urlò l'uomo vestito di bianco.
    <<Arabica? Ma come arabica? Pollo fritto!>>, ribatté il giovane vestito di nero.
    L'uomo in bianco girò sui tacchi, invertì la marcia e infervorato prese ad andargli dietro. Li osservai discutere sulla qualità dei rispettivi olfatti fino a quando, voltato l'angolo, le tenebre inghiottirono figure e suoni.

   Strabuzzai gli occhi e m'accigliai esterrefatto. Pensai fossero due pazzi. Pollo fritto? Arabica?
   Era miele! Palesemente miele! Intensamente miele! 

   Intorno a me solo terra. Tanta, e bagnata.
   Mi venne da pensare alle mie scarpe. Chinai il capo, mi voltai: di stucco! Tornai diritto. Non avevo scarpe. Non avevo più le mie scarpe. I piedi erano nudi e terra aggrappata fin quasi alle caviglie. Tentai di scrollarla, una, due volte. Poi una terza. Niente, non andava via.
    <<Mai, andrà più via. Così è scritto>>, lo stesso Vento di prima, sempre da dietro, mi mormorava secco.
   Impregnato, inspiegabilmente fiero, dal solo olfatto scortato, calpestai il confine di quella terra che caliginosa sentivo non essermi ignota.

   Una frase che non sapevo come giustificare, frastornante, mi scorreva indolente nella testa da tempia a tempia, e nel fragore mi scuoteva le membra.

Nella terra dei due colori, le arroccate pietre, mai orbe, riconoscevano dotte nell'una i confini dell'altra.

    Non ebbi neanche il tempo d'abbozzar congettura che l'oscurità venne lacerata da un chiarore confinato, tremolante. A terra, lungo quel confine che non vedevo, ma percepivo più reale dell'argilla che le mosse mi zavorrava, una vecchia lampada che dall'odore che spandeva avrei giurato fosse alimentata a petrolio illuminava il pertugio di quella che subito mi parve una baita. Un nido di legno.
   Sulla porticina stagliava il battente, d'ottone, anulare e rilucente. A neanche un metro, sulla stessa ala, campeggiava bassa l'unica finestra. Alle imposte era applicata una grata di ferro grezzo che ripartiva il vetro in quattro celle. Tutte uguali. Tutte appannate.
   Una luce gialla, dall'interno, ne delineava gli orli e fioca trapelava dalle fenditure, arrendevole.
 

   Avevo voglia di sbirciare, sapevo di doverlo fare. Ma questo non me l'aveva imboccato il Vento. Lo sapevo da me.
   Voglie e desideri non li delego. Mai.
    
Adesso, mani sapienti afferravano del pane già tostato. Spalmavano burro, tanto burro. Non avevo mai veduto così tanto burro su di una fetta sola. 
   Radente, la mia mano scivolò lungo il mantello a cercarne l'orlo. Ne afferrai un lembo e lo usai per ripulire il primo quadrante di quella finestra. Tentai.
   La cultura è davvero importante, mi dissi. Se in terza elementare il mio maestro non m'avesse parlato della cavità toracica, quella notte, avrei scommesso il cuore fosse localizzato in gola. Tanto me la sentivo pulsare, calda, come niente di tutto il resto. Forse. Il respiro, già ansante.
   Ecco che uno spargimiele, spavaldo, penetra la mia inquadratura. In legno d'ulivo, agli occhi. Lussureggiante, ai pensieri.
   Con la bocca semiaperta, immobile come uno stoccafisso, godevo di quella scena rubata. Lo vedevo ricolmo e rilucente gremire burro, pane e quelle dita che scaltre quando non t'appagano, raccontano.
   Quanta storia m'avrebbero potuto raccontare quelle dita che come archetti dirigevano e affusolate ammaliavano.
    Ma poi, parliamoci chiaro, l'avrei davvero voluta conoscere tutta quella storia? Allora lasciai decidere al cuore già stregato. M'aggiustai la tesa del queensland che portavo sul capo, feci un lungo respiro, e mi dissi di no. 
Quando una donna ti toglie il sonno alla notte e il respiro al giorno, il solo pensiero delle sue carezze su una geografia diversa dalla tua ti manda ai matti.
 Un po' come nel poker alla texana, quando ne rimangono solo due: quando sei all'heads-up. Se il tuo avversario va in all-in, non sei mica obbligato ad andarlo a vedere. Talvolta, è meglio non sapere. Per entrambiTalvolta.
    Tornai ad accostarmi a quella finestra un'ultima volta. Un ultimo sguardo a quella lunga veste nera che solo di spalle m'era fatto dono scorgere. E a quelle dita... 
Quanta storia ne avrei voluta io, con esse, tutte e sole, scriverne.

   Non mi riusciva più di vederla.
   Il mio muscolo cardiaco impazzava. Feci un balzo, poi m'inerpicai, passai in rassegna tutti i quadranti di quelle imposte, mi ci spiaccicai contro, ma niente. Volatilizzata.
Come quando cala il sipario. Lo spettacolo è finito e tanti saluti.
   Le mie orecchie vennero pungolate da un fragore in due tempi. Lo percepii venire di lato, dalla mia sinistra, un rumore secco seguito da un cigolio.
   Era la porta. Socchiusa, adesso.

   La fanciulla è di nuovo nella mia prospettiva: è stata lei. Deve essersi accorta di me. Me ne convinsi.
   Il tempo di inspirare, e fui dentro. Lei era ancora di spalle quando, accompagnandola per non far rumore, richiusi la porta alle mie.
   Dischiusi le labbra, e ancor prima che io potessi proferir parola, mi arrivò davanti. Scalza, anche lei. Tese un braccio verso il mio viso e con foga poggiò le sue dita, affilate come lance, attaccaticce, contro le mie labbra.
   Del Vento neanche il sibilo. Ma egualmente, nella testa, una voce di donna mi richiamava al silenzio. Perentorio.
   Tentai di puntellarmi le labbra con la lingua. Impattai a più riprese contro quei polpastrelli che umettati me le serravano e grondanti spargevano nettare tra i miei baffi che scendevano diritti come binari prepotenti ai lati del mento.
   Cominciavo anch'io a sapere di miele, e profumavo.
   Sapevo di dovermi sedere. La fanciulla taceva: ma solo con la bocca.

   Ora è su di me, a cavalcioni. La mano ancora a giocare alla museruola. I suoi polpastrelli mi  martellavano al ritmo di un motivetto che mentre lo intentava le illuminava gli occhi a festa, e lo sguardo sognante, come quello di una bambina affaccendata a scartare il suo regalo. L'altra mano brandiva quell'unica, gonfia, fetta di pane imburrato tostato e miele. Candida, e dorata. Come la nudità di quella sua pelle che il solo bramar di sfiorare mi permettevo. Per non sciuparla. Per quanto già io l'adorassi non permettevo neanche ai miei pensieri il lusso di scorgerla in profondità.
   Con moto ondoso mi si avvicinò al petto. Il bacino dondolava lento su quanto di mio di certo non mentiva. Quando la mia emozione, pulsando, si fece imbarazzante, insistente, percepii il suo respiro di concerto col mio, trafelato. Adesso i suoi occhi erano serrati. Ma la danza non ebbe fine.
   Viso contro viso. Vidi la sua bocca sfiorare la sua stessa mano che ancora tappava la mia, e languida, affannosamente languida, mi fece scivolare in un orecchio: <<Zitto... Stai zitto. Respira, solo di questo abbiamo bisogno, adesso.>>
   La faccenda non m'era affatto chiara. Se anche fosse stato tutto un losco tranello del destino, se anche mi stessi giocando la vita, il solo ritrovarmela avvinghiata col fiato commisto al mio a invadermi le froge, avrebbe giustificato il mio risponderle valoroso: <<Obbedisco.>>
   <<Ce l'hai fatta ad arrivare>>, mi disse con voce struggente. <<Temevo non arrivassi più.>>
   Avrei voluto parlare anch'io. Raccontarle di quella notte pazza e magica, di quelle scarpe che più non possedevo, di quella terra dei due colori evocativa e criptica fin dal nome, ma che presagivo mia. E poi di quel Vento, e di quel profumo di miele che da lei m'aveva condotto. Le avrei parlato di me per tutta la notte. Ma non feci in tempo a dirle nulla. Ancor prima di realizzare di aver riavuto indietro le mie labbra non più occluse, la sua mano aveva già passato il testimone alla sua bocca.
   Sentivo la sua lingua percorrerne i contorni. Poi rincasava, ella deglutiva e di nuovo fuori in prima linea, a tormentarmi. Quei baci sapevano di buono, di nuovo. Di una bellezza che le labbra mie, scarlatte e gonfie, non avevano conosciuto prima di quell'incantesimo.
   Mi dimostrai indisponente. Le mostrai di non aver imparato la lezione, e tornai a fiatare:
   <<Che fai adesso, mangi?>>, le domandai, immaginando il miele che le scorreva in gola.
   <<Sì, ti mangio. E adesso ti bevo, pure!>>, stavo per sorridere quando con la reattività di una mangusta s'avventò sul mio labbro inferiore, a succhiarlo prima e lacerarlo con gli incisivi poi. Un taglio secco, e rivoli di sangue a scendere copiosi.
   Si portò l'altra mano alla bocca e diede un morso a quella fetta di pane e burro e miele, che arrogante non accennava ad abbandonare alcuna delle mie fantasie.
   Non avevo mai veduto dei denti così brillanti. Diciamo pure che nulla di quanto mi accadde quella notte io avessi già veduto o provato prima.
   Aggraziata, sorridente, con ancora stille del mio sangue sulle labbra imburrate, mi disse:
   <<Lo so. Questo, non te l'hanno mai fatto. Ma non avrei potuto leccare le tue ferite se prima non ti avessi lacerato. Quello che ti offro io è quello che non c'era. Quello che non credevi fosse possibile avere. Io ti offro il sogno.>>
   Ero frastornato: non seppi nasconderglielo. Ma quel bruciore sanguinante non mi creava disagio. Mi convinsi fosse un qualcosa simile a un processo di purificazione. Necessario. L'avrei fatta continuare se solo l'avesse voluto. Purché a lacerarmi, ovunque, fosse sempre e solo lei.
   Il mio sguardo si posò sulla sua mano imbrattata di miele e sul burro di me imporporato.
<<Perché guardi il pane? Per quello abbiamo tutta la vita. Stringimi, adesso. Forte. Fortissimo.>>

   I suoi piedi, irrequieti, giocavano con i miei, fermi. L'argilla che prima era solo mia, adesso, era la nostra. Le infilai le mani sotto la veste. Le feci scorrere dalle reni fin sopra le spalle A saggiarla, avide. Era bollente. Il tepore della sua schiena me le scaldava. La trassi a me. Poggiai il viso tra i suoi seni turgidi. Mi ci saldai. A quel punto potevo anche morire.
   
Ma non morii. Le domandai soltanto, trafelato, tanto da sembrare più una confessione che una domanda:
   <<Quanto forte vuoi che io ti stringa ancora...>>
   Ferma nella mia morsa, serafica, ella mi rispose: <<Da lasciarmi solo in vita.>>
  
   Fu allora che riconobbi in lei la voce del Vento che in quella terra m'aveva scortato. D'incanto, tutto m'era cristallino. Era lei che mentre m'attirava col suo profumo di miele di Zagara, scoraggiava gli altri viandanti, indirizzandoli altrove con gli effluvi più disparati. E la mente mi corse rapida a quei due uomini incontrati solo poche ore prima...
   Quel profumo senza storia l'aveva confezionato per me, e con esso, ella m'aveva scelto.


M.
(L'uomo dei difetti...)

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