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martedì 20 settembre 2016

Il vecchio, e il ragazzino (Prologo de La notte del sesterzio)




Latina, 5 novembre 2014

Al vecchio brillarono gli occhi. 
   Si fecero zuppi e il verde dell’iride parve striarsi d’azzurro, come il colore che alle volte prende il mare. Ed era sempre così, quando qualcosa o qualcuno gli riavvolgeva il nastro dei ricordi.
   Se ne stava appollaiato a un margine del marciapiede quando il ragazzino gli porse il piccolo fagotto avana. Un mezzo toscano gli tremava fra le labbra secche, tagliuzzate. La schiena, ch’era arcuata, dondolava contro un lampione verde bosco scorticato da graffiti, e sulla cui sommità l’illuminazione vestiva le pieghe d’una coppia di caschi arrangiati schiena contro schiena, a mo’ di campanelle. Le stesse che, a un tempo, illuminavano le vetrine della Standa.
   Eh, già… Perché una volta là c’era la Standa che occupava due piani del palazzo, mentre all’ultimo, ci abitava lui. Ma solo come pied-à-terre, perché lui, il vecchio, di appartamenti non ce ne aveva mica uno solo. Così come di Maserati.
Attraversata la strada, a pochi passi sulla sinistra c’era Piazza del Popolo, con la torre dell’orologio, la palla di marmo grigio e la fontana, e i piccioni. Una pioggia di piccioni. Le mamme e i nonni ci portavano i bambini che affascinati rincorrevano i colombi, tiravano loro molliche e ruzzolavano mentre invano tentavano d’acciuffarli e piangevano e ridevano. E poi c’era sempre qualche nostalgico che tirava fuori la Polaroid...
   Oggi, la Standa non c’è più. Anche i piccioni non ci sono quasi più. Dotti e pezzi da novanta gli hanno dichiarato guerra: <<Imbrattano, e portano un sacco di malattie!>>, pare proprio che così abbiano detto. E forse per solidarietà, se ne sono andati via anche i bambini, le mamme, e i nonni. In compenso, Piazza del Popolo sta sempre là. E sta là pure l’appartamento all’ultimo piano, che però, adesso, non è più del vecchio. Così come le Maserati, e tutto il resto.
   Sbrogliò il fagotto. 
   Ficcò la mela in una tasca dell’impermeabile, e addentò la rosetta con la mortadella brandendola con entrambe le mani.
   <<Ringrazia la mamma, figliolo>>, disse il vecchio con la bocca piena e lo stomaco vuoto.
   <<No, signore… Il panino e la mela li manda il mio papà>>, precisò il ragazzino.
   Il vecchio drizzò il collo. <<E chi è il tuo papà?>>
   <<Sono il figlio di Marco Zampa, mio papà lavora qui vicino, al comune.>>
   <<Zam-pa… Zam-pa…>>, ripeté il vecchio calcando sulle sillabe, <<Non credo di conoscerlo il tuo papà. O forse, sono troppo malandato per ricordarlo.>>
   <<Papà però la conosce. Tante volte passiamo di qua con la macchina quando mi viene a prendere a scuola. E ogni volta mi fa: “Marcellino, lo vedi quello? Eh… Lo conoscevo quando non era un barbone, era intelligente e ricco, uno dei più famosi architetti di Latina, ma…”>>, si interruppe facendosi rosso in viso. 
   <<Ma?>>, lo incalzò il vecchio.
   Il ragazzino rispose prendendosela comoda, come per edulcorare le parole pronunciate dal padre: <<Ma… Aveva il vizio del gioco e ha perduto tutto, pure la famiglia. Però mio papà dice che lei era un uomo buono e generoso e che è stato pure in guerra e conosce un sacco di storie...>>
   Il vecchio ravvolse nel foglio per alimenti avana quel che restava del panino, e lo intascò.
   <<Allora, figliolo… Che ti hanno insegnato a scuola, oggi?>>, domandò  spostando il discorso nel primo luogo lontano dal dolore che gli venne in mente.
   <<Il maestro ci ha detto che il mese prossimo sarà il compleanno di Latina e che compirà 82 anni. E che prima era tutto sommerso dall’acqua e non ci si poteva abitare. Poi...>>, e poi gli scappò una risata che subito provò a nascondere con la manina a conchetta tappata sulla bocca.
   <<Perché ti viene da ridere, figliolo?>>
   <<No perché il maestro ha detto che si farà una grossa festa perché è il compleanno di una città giovanissima. Ed è strano perché la mamma a mio nonno lo chiama certe volte “il vecchio” e certe volte “il vecchiaccio” ed è più piccolo di Latina. Ha solo 79 anni. E la festa a casa non gliela facciamo mai perché la mamma dice che per lui è festa tutti i giorni che apre gli occhi la mattina. E quando chiedo a mamma che cosa significa, mi dice: “che ne vuoi sapere tu che sei piccolo, vai a fare i compiti!”. E allora è strano…>>, rispose il piccolo, che ancora sfoggiava un risolino ingenuo.
   Il cielo, da plumbeo, sembrava essersi fatto nero di colpo. Il vento aveva preso a frusciare sollevando le fastidiose polveri che insistevano sulla carreggiata.
   Il vecchio faticò a terra con le palme delle mani. Abbracciò il lampione,  spinse sui talloni e si sollevò in piedi. Calzava un paio di Timberland cui aveva sfilato i lacci; entrambe logore e scollate sulla punta. 
   Indicò al ragazzino i portici dall’altro lato della strada. 
   Era ancora lì che pestava le strisce che il bambino s’era già tuffato sopra una panchina con le gambe sospese dal pavimento, irrequiete e ciondolanti.
   Piegò le ginocchia con una smorfia di dolore e gli si sedette accanto. Il mezzo sigaro spuntava adesso senza brace a un angolo della bocca; marmoreo, come se fosse stato conficcato a fondo col martello.
   <<Dunque, ti chiami Marcellino?>>
   <<Marcello Antonio>>, completò il ragazzino. <<Ma solo il maestro mi chiama così, e solo quando fa l’appello. Tutti mi chiamano solo Marcellino.>>  
   <<Marcellino pane e vino!>>, esclamò il vecchio ridacchiando.
   Il ragazzino arrossì sorridendo a sua volta. Si strinse nelle spalle e dileguò lo sguardo chinando il capo. 
   <<Quanti anni hai, figliolo?>>
   <<Nove. Faccio la quarta.>>
Il vecchio si aiutò facendo leva con le braccia e fece aderire le reni alla  spalliera della panchina. Una nuova smorfia di dolore, e allungò le gambe.
   <<E tu vuoi bene a tuo nonno?>>
   <<Sì che gliene voglio!>>, esclamò convinto. <<È tanto buono il nonno. Mi ha insegnato pure a pescare, e a guidare. Intorno alla casa di campagna. Gli sono montato  sulle gambe, il nonno schiacciava i pedali e io giravo il manubrio!>>
   Il ragazzino sprizzava eccitazione. Era radioso mentre parlava del nonno.
   <<E quando vai a trovarlo gli porti mai qualcosa, chessò un frutto, un tuo disegno, un piccolo dono?>>
   <<Veramente… Non mi ci portano quasi mai, a mamma non va e mio papà tante volte ci passa da solo dopo il lavoro>>, rispose incupendosi, inclinando un poco la testa da un lato e tormentandosi le labbra coi denti.
   Discorrere col sigaro che gli ostruiva un settore della bocca non gli creava alcun disagio, anzi, dava la sensazione che fosse un esercizio che svolgeva con disinvoltura da decenni. <<Vedi figliolo, io sono più vecchio di tuo nonno e di Latina. E io e te non siamo niente. Non siamo parenti. Eppure, a me hai portato da mangiare. Ho pianto mentre stringevi il fagotto con quelle piccoline mani e timoroso t’avvicinavi. Perché anche io ho figli e nipoti e tutti sanno dove sto e nessuno mi è mai venuto a cercare, figuriamoci portarmi da mangiare o uno straccio da vestire...>>, disse il vecchio con la voce sempre più strozzata mano a mano che s’addensavano le parole, <<Ma io me lo merito. Ho fatto del male a tanta gente. Ho deluso e tradito il mio stesso sangue. Sono stato cattivo e forse ancora lo sono. Ma non ho più nulla da perdere, e sarà questa, forse, la mia salvezza. Ma tuo nonno… Tuo nonno è buono. Chiamalo, figliolo! Cercalo! Fattici portare da tuo papà! Abbraccialo! Porta anche a lui una mela, un panino, qualsiasi cosa! Goditelo, figliolo! Perché lo sa solo Iddio per quanto ancora ce l’avrai su questa terra. Fallo, e non pensarci! Perché il giorno che ci penserai, sarà già troppo tardi...>>, il vecchio era visibilmente scosso. Sollevò una mano e l’avvicinò tremolante alla testa del piccolo, come per posargliela sul capo e scompigliargli i capelli in un gesto affettuoso. Ma volgendo il polso scorse la palma sudicia e le dita giallognole. Con malcelato imbarazzo abbassò lo sguardo, la ritrasse e se l’abbandonò sopra un ginocchio. Tirò fuori un pacchetto di svedesi, ne estrasse uno e lo sfregò. Con la precisione di un chirurgo agitò le dita. Lo stelo prese a prillare e la capocchia fluttuò inclinando la fiamma. Vi si accostò col sigaro inforcato tra le labbra e fece due brevi boccate seguite da una terza che pareva interminabile. La brace gli brillava nella bocca, che pronta all’incendio si spalancò per un terzo. La faccia del vecchio svanì dietro una nuvola di fumo.
   Marcellino lo osservava in silenzio.  Le gambe avevano smesso di dondolare.
   <<La vuoi sentire una storia?>>, gli propose.
   <<Che storia?>>
   <<La storia di Littoria. Con le sabbie mobili, gli insetti assassini, i bufali, e i cattivi… Quelli veri.>>
   <<Chi è Littoria?>>, domandò curioso.
   Il vecchio torse il collo e posò lo sguardo dapprima sul piccolo, dunque sulla parete alle loro spalle. Adagiò un braccio lungo la spalliera della panchetta e fece guizzare il polso. Le nocche bussarono originando rumori sordi: <<Littoria è questo muro.>>
Poi l’indice della stessa mano puntò una colonna rivestita di travertino dal lato opposto della strada: <<Littoria è là!>> Sollevò lo sguardo e lo disperse fiero da parte a parte, <<Ma anche laggiù...>>
<<Figliolo, Littoria è la città che abiti. Latina è solo il nome che gli hanno appioppato dopo.>>
   <<Bello!>>, esclamò sbalordito, <<Che poi la settimana prossima ha detto il maestro che ci farà fare pure un tema. Ma perché gli hanno cambiato nome?>>
   La testa ciondolò sbuffando fumo dalle narici. <<Il Signore è un Dio geloso che punisce la colpa dei padri sui figli, fino alla terza e quarta generazione, per coloro che lo odiano, ma che usa benevolenza fino a mille generazioni per quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti.>>
   Marcellino lo scrutò per un po’, in silenzio. <<Non si arrabbi, signore, ma io…>>, lo smarrimento che gli si leggeva negli occhi era di per sé eloquente.
   <<Quello che sto cercando di dirti, figliolo, è che a spiegarti questo faccio fatica anch’io. Mettiamola così: certe volte, i peccati dei padri ricadono sui figli. Ma tu non preoccuparti, sistemati composto e ascolta la storia. Quello che non capisci, lo capirai. E la prima lezione che questo vecchio ha per te è che il tempo è un sicario lento, silente e che non manca mai un colpo. Impara a guardati intorno, figliolo. Non dare mai solo un’occhiata, osserva. Non leggere, studia. Perché le cose cambiano…>>, gli sventagliò le mani davanti gli occhi come il sipario che s’apre sul prestigio. <<Puf!>>, gridò con la sua voce roca. <<E via tutto.>>
Decise che il tempo delle prediche era terminato. <<Ricordati solo che il suo nome era Littoria. Solo questo, figliolo. Solo questo.>>
   Il ragazzino annuì col capo. Gli occhi vispi e curiosi. <<Ma davvero c’erano le sabbie mobili qui?>>
    <<Certo che c’erano, che credi!>>
   <<E dove stavano?>>, domandò già fin troppo attirato da quei presupposti.
   Gli puntò un dito sulle gambette. <<Una stava qua sotto>>, fece la voce grossa e sgranò gli occhi. <<Proprio dove sei seduto tu!>> 
   Il ragazzino balzò in piedi così in fretta che mise un piede in fallo e capitombolò a terra.  
   Il vecchio si lanciò in una risata fragorosa, che dell’interno della bocca nulla lasciò all’immaginazione. Né l’oro delle otturazioni né tantomeno il diastema tra gli incisivi.
   <<Torna qui, figliolo. Ti sei fatto male?>>
   <<Sembra di no...>>, gli rispose mentre era ancora inginocchiato ad allacciarsi una scarpa.
   <<Perdonami. Sì, adesso ti ho preso in giro, ma c’erano davvero le sabbie mobili, e si moriva>>, la palma della mano atterrò sulle stecche della seduta lasciata vacante. <<Vieni. Che adesso si fa sul serio.>>
   Marcellino scattò in piedi e tornò a sederglisi accanto.
   Il vecchio gli fece l’occhiolino, e sorrise. Tirò una lunga boccata, e il racconto ebbe inizio.
   <<Littoria…>>, iniziò, e subito ammutolì. Gli occhi erano tornati umidi. 
   La manina del bambino gli si posò sul trench e ne tratteneva un lembo: <<Signore>>, fiatò con un filo di voce.
   Il vecchio era da qualche parte, ma non là. Una lacrima si slacciò rigandogli uno zigomo per poi acquietarsi a ridosso d’una piega profonda.
   Un fulmine squarciò il cielo. Il bagliore fu accecante. Il viso del ragazzino scattò di traverso.
   Il fragore del tuono fece trasalire il vecchio, che d’istinto si deterse gli occhi con il dorso di una mano.
   Ormai pioveva a dirotto.
   <<Dove eravamo, figliolo?>>, disse portandosi una mano alla fronte, <<Ah, ecco…>>, rinsavì poi.
   Si cacciò dalla bocca quel che rimaneva del tabacco.
    Sospirò. 
   Si schiarì la voce, e recitò con tono solenne: <<Littoria, quando ancora non era Littoria e men che meno Latina, era una palude circondata da paludi e da foreste di lecci, querce da sughero, e pini. Dove non stavano i pantani, stavano le foreste, che inestricabili, eran dette selve...>>
   Il ragazzino lo ascoltava con la bocca semiaperta. Il vecchio sospirò ancora, e riprese con un registro meno formale: <<Ah, figliolo! Se avessi visto quello che c’era prima… La grande bonifica delle paludi pontine, così l’hanno chiamata. Guerra, la chiamo io! Un’opera colossale! Si era combattuto una vera e propria guerra contro una natura ostile, malsana e allo stesso tempo affascinante, unica. E si aveva avuto la meglio là dove tutti, dai volsci ai romani ai papi, nel corso dei secoli, avevano fallito.>>
   <<Ma come hanno fatto a togliere tutta l’acqua?>>, chiese il ragazzino.
  <<Non fu affatto uno scherzo, ragazzo! Si scavarono chilometri e chilometri di canali per drenare a mare le acque e piantati migliaia di alberi assetati. Certi bacini, però, erano più difficili da far scorrere. Specie quelli che stavano sotto il livello del mare. E allora, per sollevare le acque, ci vollero pompe gigantesche. Pompe idrauliche tra le più potenti al mondo!>>, riprese fiato, <<Ma il vero problema era la malaria. E i morti, come in tutte le guerre. E qui arriviamo agli insetti assassini.>>
   <<Gli insetti assassini…>>, ripeté a bassa voce il piccolo.
   <<È così, figliolo. Forse a scuola non te ne hanno ancora parlato, ma c’è un tipo di zanzara che non perdona. Ti punge, ti ammali e rischi la pelle. E qui, quando c’era la palude, era pieno zeppo di queste zanzare maledette. Migliaia di uomini sono morti per essere stati punti. Proprio mentre lavoravano alla bonifica. Qualcuno muore perché altri vivano. Sono morti perché Littoria potesse nascere e le loro famiglie vivere. Sono morti anche per noi.>>
   Il ragazzino lo ascoltava rapito. <<Ma… Le zanzare… Come hanno fatto a cacciarle?>>
   <<Cacciarle?>>, la voce del vecchio tuonò ironicamente. <<Sterminarle vorrai dire! Ci volle un veleno potentissimo che arrivò da lontano, e una speciale famiglia di pesci che mangiavano le uova delle zanzare che stavano a pelo d’acqua. Ma poi venne un altro tipo di guerra e quando la malaria sembrava ormai vinta, i tedeschi per rallentare l’avanzata americana ci sabotarono pompe e canali che non finivano più a mare, e ricominciò ad allagarsi tutto. E allora di nuovo zanzare, malaria, morti. E poi...>>
   Il suono insistente di un clacson si distinse tra il rumore intenso della pioggia scrosciante.
<<Che storia!>>, esclamò il ragazzino, <<Ma ci vuole ancora tanto prima di arrivare alle sabbie mobili?>>
<<Un’altra volta>>, gli fece il vecchio con voce vibrata.
<<Perché?>>, domandò ancora. <<Proprio adesso che...>>, s’incupì.
   Il vecchio indicò con un cenno del capo l’uomo sulla quarantina che, dal fondo dei portici, li fissava tenendo in mano un ombrello. <<Perché penso che quello lì sia il tuo papà. E che tu debba andare.>>
   Il ragazzino si voltò. <<Ecco, papà… Arrivo!>>, gridò, agitando una mano oltre la sua testa.
   <<Mi tocca andare… Ma domani torno, faccio i compiti e torno!>>, gli disse alternando il peso del corpo mingherlino da un piede all’altro.
   <<Ciao, figliolo>>, lo salutò sorridendogli con gli occhi.
   Marcellino aveva percorso già oltre la metà dei pochi metri che lo dividevano dal padre quando d’improvviso si arrestò e tornò di corsa dal vecchio.
   <<Che ti sei perso, ragazzo?>>, gli disse mentre il piccolo mordicchiandosi un labbro lo fissava di sottecchi.
   <<Non ci credo che sei cattivo.>>
Il vecchio, ch’era curvo in avanti, gettò gli occhi a terra. Non disse nulla.
   <<E non è vero che non siamo niente.>>
   Ebbe un fremito. Da qualche parte scovò la forza, e sollevò la testa.  <<E cosa siamo?>>, sussurrò.
   Il ragazzino gli andò sotto, allungò un braccio e gli cercò una mano. <<Amici>>, disse.

   Quello fu l’ultimo giorno che il ragazzino vide il vecchio, e il penultimo, che il vecchio vide la vita.



M.
(L'uomo dei difetti...)

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