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martedì 4 agosto 2015

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla






Ricordo che un giorno un vecchio mi raccontò di una terra, di un lago, e di un guscio che galleggiava a un palmo da una sponda. In quel guscio di legno, in quella terra che neanche le mappe sapevano appuntare, viveva una fanciulla...  
   Nessuno sapeva da dove fosse venuta né quando arrivata. Scaraventata nottetempo e imbrigliata là, così, dipinta nella sfondo, figlia d'un sortilegio.     
   Aveva modi gentili, e benché vivesse sola, ella non era triste. Sapeva di non essere una donna come le altre. Ma questo non le creava motivo di disagio. Trascorreva le giornate coltivando con passione i talenti per i quali era venuta al mondo. Leggeva e sognava, al giorno, e scriveva, alla notte. Versi.  Sogni. Desideri.
   Quando le maglie dei pensieri non la vedevano assorta era dedita a preparare leccornie, angeliche e fragranti. Tutto quanto ella toccasse, diveniva florido, rigoglioso e zuccherino.
   Si racconta che in un pomeriggio d'inverno avesse ammassato della farina allorquando un’emozione, slacciata, s’abbandonò in stille su quell’impasto che poroso crebbe solenne sotto i suoi occhi. L’alba s’affacciò, e solo ad allora ella smise di sfornare il frutto dell’amore. Il profumo del prodigio aleggiò su quelle terre per tre giorni e due notti.

   La gente del lago ne rimase stregata, si sparse la voce e da ogni dove approdarono pretendenti e pretendenti vestiti da cultori.   

   Di tanto in tanto, leggiadra, aveva voglia di donare un sorriso alla gente del lago che sulla terra ferma, reverenziali, le facevano visita mantenendosi a distanza per cogliere il solo riflesso di quella bellezza, e offrire il proprio dono. L'unica possibilità per essere ricordati.
   E poi c'era un Cavaliere, solitario e schivo.
   Viveva in una terra lontana. Lontana dalla Fanciulla, dai cultori, dai pretendenti e dai cultori e pretendenti.
   Non era più ricco né più alto e forse nemmeno più bello o intelligente degli altri, ma egli aveva un sogno, e un cuore, che se solo la fanciulla l’avesse saputo, voluto, o potuto leggere...

   E tutte le mattine s'alzava dal suo giaciglio di piume vestito di solo quello. Montava il cavallo e viaLa sua mente non architettava piani, soffiava disegni. La sua anima era la tela, e il suo cuore, il carboncino. 
   Era a cavallo quando d'improvviso Fulmine puntò gli zoccoli a pochi passi da quel rifugio fluttuante, e avanzò per abbeverarsi. Sotto gli sguardi bassi e irretiti degli uomini in bivacco.
   Fu allora che la vide. 
   Mai alcuno, forestiero, nostrano, aveva osato avvicinarsi così tanto a quella creatura che ben poco aveva di terreno.
   Insolente..., pensò la fan
ciulla mentre osservava la scena affacciata dall'unica finestra.
   Col gomito urtò un barattolo di vetro, ma non se ne curò. Gli occhi erano ormai perduti, altrove.
   <<Non andartene, trova la chiave, tu puoi, tu...>>, questo, invece, disse tra sé e sé, mentre le iridi, pervinche, lo seguivano sellare il destriero, e risalire la sponda. 
   Allontanarsi e poi svanire, come un sogno quando ti ritrovi d'incanto a fissare il soffitto, a palpebre dischiuse, nel cuore della notte. Come quando pensi che forse, tutto quello che hai vissuto, presagito, non sia mai esistito. Sì, dev'essere andata proprio così.
   Eppure, quel barattolo di miele era ancora per terra, e rovesciato, profumava...



M.
(L'uomo dei difetti...)

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