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mercoledì 29 aprile 2015

Nudo.

Nudo.



Ci fu un tempo in cui m'ero quasi convinto d'essere un uomo intelligente.
Poi, conobbi l'amore.

Allora mi convinsi d'essere un uomo felice.
Poi, conobbi la vita.

Allora mi trovai un tetto.
Oggi, sono un viandante...



M.
(L'uomo dei difetti...)

martedì 28 aprile 2015

L'incontro

L'incontro tra Francesca e il Commissario da ragazzo

Questo non è solo un racconto: è soprattutto un omaggio.
A chi m'ha messo al mondo, dato il cognome e che non ha fatto neanche in tempo a leggerlo.
Tutto quanto era tuo, con orgoglio, lo davi a me.
Stavolta è per te.



Aveva appena diciannove anni quando accompagnata dalla madre entrò nella bottega de L'ultimo ebanista.
   Era un vero fuoriclasse, Gigi Del Monaco. Creativo quanto un mago, ed eccentrico, come tutti gli artisti. Era uno di quelli che andava a simpatia. Se non scattava nulla a livello empatico, non c'era verso di affidargli un lavoro. Approcciava una scusa, neanche ben imbastita, e tanti saluti. Tempo cinque minuti, ed eri già alla porta.
   Ma quella ragazza gli piaceva. Gli piacevano quegli occhioni vispi che non sapevano darsi pace,  e si posavano ovunque. Ora su un'angoliera francese del settecento, ora su un pomposo settimino in stile Liberty, ora su una più abbordabile libreria del novecento nostrano.

   Un corpo tutt'altro che spigoloso benché sottile. I jeans attillati ne enfatizzavano le gambe, lunghe e ben tornite. Era un toccasana per gli occhi osservarla fluttuare in quel dedalo di pregiati d'ogni evo.
   Ma fu quando urtò per errore un paravento in legno e carta di riso che fungeva da separé tra la zona pubblica e privata, che la bionda fanciulla fu definitivamente rapita

   Le sopracciglia s'erano inarcate sopra gli occhi sgranati e la bocca stupita. Le dita parevano aver preso una strada impervia. Girovaghe, s'erano infilate tra le fenditure dei cassetti che per certo mero prodigio figuravano adesso non più celati dalla ribalta.
   L'idea che avesse infranto una zona off-limits non le aleggiò neppure per un solo istante in quella testolina di giovane donna dal sorriso ingenuo, e contagioso.
   L'oggetto del desiderio di Francesca era uno scrittoio della fine del settecento francese. Due ampi cassetti intarsiati nella parte frontale e sei cassettini sagomanti localizzati all'interno della ribalta. La facciata e i lati erano foggiati in bois de violette. Un articolo di pregio, appannaggio di poche tasche.
   Quello scrittoio a dorso d'asino le aveva fatto completamente dimenticare il reale motivo che l'aveva spinta in quel laboratorio. La libreria. La scelta di una libreria di pregio per la sua camera. Era quello il regalo che aveva domandato ai genitori per aver passato la maturità a pieni voti. Non il motorino nuovo o i soldi per la patente, e neanche la festa in piscina come aveva fatto Laura, l'amica del cuore.
   Ma di quella libreria non le importava già più un fico secco.
   <<Dio, che meraviglia!>>, esclamò la fanciulla mentre faceva scorrere, radente, la palma della mano sulla superficie piana adibita alla scrittura. E già si immaginava nella sua camera. Seduta a quella sorta di scrivania per soli eletti. A compilare i suoi diari. A scrivere poesie.
   I polpastrelli delle dita benché pregni di polvere non si davano pace. E dalla ribalta, scaltri, s'erano già insinuati sull'ottone dei pomelli, e dentro i cassetti.
   <<Un sogno! Sei cassettini per le mie cose. Mamma, ti prego. Non ti chiederò più nulla fino alla laurea. Comincerò l'università più contenta con uno scrittorio così. Sai che bello al centro della camera! E un giorno, quando mi sposerò, lo porterò con me... Non te lo lascio di certo, Mamma!>>
, disse ancora la ragazza, eccitatissima.
   Ancor prima che la madre potesse proferir parola, l'artigiano, armeggiando con la maestria di un giocoliere all'interno del mobile, si intromise: <<Sette>>, sentenziò con fermezza. <<I cassettini interni, sono sette, non sei. Ce n'è uno segreto. Eccolo...
>>, e anticipando la reazione presumibilmente gongolante di Francesca, con un velo di desolazione sul viso, continuò: <<Non sa quanto mi dispiace signorina, mi creda, sono costernato perché la vedo così raggiante. Purtroppo... Questo pezzo non è in vendita.>>
   Francesca si incupì all'istante. Anche le iridi parevano diverse. Un minuto prima, due fari abbaglianti illuminavano la penombra di quella bottega. Un minuto dopo, due flebili lucine che se fossero state di posizione, a stento, avrebbero passato la revisione. E così figurava il cremisi delle labbra che come il turchino degli occhi, s'era andato spegnendosi.
   Possono rubarti tutto, tranne i sogni. Malgrado ciò, la tristezza che affondava il suo manto sul capo della ragazza sembrava raccontare tutt'altra storia.
   Ora era accanto alla madre, un poco arretrata, come se tutto d'un tratto la timidezza avesse preso il sopravvento, come se fosse tornata di colpo piccina e timorosa cercasse protezione.
   <<Non c'è alcun modo per averlo? Forse... Le è già stata data una caparra? Se il prezzo non fosse proibitivo potrei pagare io le spese che dovrebbe sostenere per annullare l'ordine del suo cliente...>>, disse la madre rivolgendosi all'ebanista. Anche lei in qualche modo atterrita per quella sorta di dispiacere, tangibile, provato da quella figlia che solo soddisfazioni aveva saputo darle.
   <<Non è una questione di soldi, signora. Come detto a sua figlia, il mobile non è in vendita. Lo sto restaurando nei ritagli di tempo. E' un regalo per mio figlio.>>
   Le espressioni dei visi delle due donne s'erano uniformate all'istante. La delusione, blanda, aveva già passato il testimone alla rassegnazione, disarmante.
   <<Mamma... Ti prego, andiamo a casa... Non mi sento tanto bene. Torniamo un'altra volta per la libreria.>>, sussurrò la ragazza alla madre con un volume di voce appena sufficiente affinché anche l'uomo la potesse udire.
   Erano già passati ai convenevoli quando dalla vecchia porta in legno d'abete, cigolante, apparve un giovane, alto, capelli cortissimi e chiaro di carnagione.
   <<Vieni, vieni... Se ti fischiavano le orecchie, adesso ti do un motivo. Ho appena finito di parlare di te.>>, esordì l'artigiano rivolgendosi al nuovo entrato.
   Il giovane sorrise. Poi ribatté: <<Mi auguro tu abbia parlato dei soli difetti, papà!>>
   <<La signorina Francesca si è letteralmente innamorata del tuo scrittoio. Non immagini quanto mi sia costato fare la parte del cattivo. Stavano giusto andando via...>>, replicò al figlio.
   Il giovane si avvicinò alle due donne. Strinse la mano della signora, poi si affiancò a Francesca e alzandosi i Rayban sulla testa, la fissò annegando nell'umido dei suoi occhi. L'avrebbe contemplata così fino a sera, ma un fremito inconsueto scelse per lui. Abbassò lo sguardo e con delicatezza le prese la mano sinistra e la condusse di nuovo a quel mobile.
   <<L'hai visto il cassetto segreto?>>, disse il ragazzo mentre con cura le liberava la mano dalla sua.
   <<Eh, già... Sì. L'ho visto>>, rispose la fanciulla. Gli occhioni ancor più madidi, ancor più lucidi.
   Il ragazzo sospirò. <<Occhi come i tuoi non dovrebbero conoscere le lacrime. E non sarò di certo io a prendermi questa responsabilità...>>, le sussurrò, certo che solo lei l'avesse udito.
   A questo punto il ragazzo sorrise. A turno, ruotando il capo, incrociò lo sguardo dei presenti. Tamburellò col palmo della mano sulla ribalta, poi con voce autorevole: <<Chissà cosa ci metterai in quel cassetto!>>, esclamò strizzando l'occhio alla ragazza.
   Quella frase altisonante richiamò fulminea l'attenzione delle due donne benché dalle espressioni dei loro volti pareva chiaro che non l'avessero compresa del tutto.
   Il giovane prese da parte il padre. <<Papà, voglio tu lo dia a lei. Ci tengo. Però, senza fretta, il restauro richiede tempo... E non prenderti anticipi... Stasera a casa ti spiego tutto.>>, disse il ragazzo stringendo tra le sue la mano del padre.
   <<Sei sicuro? Non è che poi te ne penti?>>, ribatté il padre.
   <<Mai stato così certo. E poi mi conosci, papà. Sai che non sono impulsivo, ci ho pensato bene: è quello che desidero>>, concluse il figlio.
   Il giovane tornò ad accostarsi a Francesca. Puntando i pollici verso l'altro, col volto fiero, esclamò: <<E' tuo!>>, e continuò: <<Sono davvero felice che l'abbia tu. Se eri così triste per non poterlo avere, non poteva finire in mani migliori. Avrà di certo tutte le tue attenzioni... Beato lui!>>, sorrisero entrambi, e frapponendosi tra le due donne, dando le spalle alla madre, guardando la fanciulla negli occhi, le sussurrò ancora: <<Ora... Devo andare. Per forza, e purtroppo. Ma... Vorrei tanto poterti rivedere. Tanto.>>
   Francesca non disse nulla, ma i suoi occhi erano tornati luminosi, e il sorriso sembrava non volerla abbandonare.
   Il giovane salutò tutti, e con premura, uscì.
   <<Signorina! Deve proprio averlo stregato il mio Massimo... Che dire? Lo scrittoio è suo! Ma non mi metta fretta... Le cose belle, sanno farsi desiderare>>, disse alla ragazza pur senza precludere alla madre talune occhiate benevoli, anch'ella visibilmente soddisfatta dalla piega che inaspettatamente quella giornata aveva preso.
   <<Ringrazi ancora suo figlio da parte nostra!>>, esclamò la signora togliendosi dall'impaccio.

   <<Non si preoccupi, signora. Lo vedrete ancora...>>, rispose l'uomo strizzando l'occhio alla ragazza che fece intendere di aver ben compreso quel segno, lasciando che fosse il rossore delle sue gote a firmarne, in calce, la risposta.
   <<Studia suo figlio?>>, esordì la signora per stemperare l'imbarazzo evidente della figlia.

   <<Si è laureato da poco in giurisprudenza.>>
   <<Ah, un avvocato in famiglia fa sempre comodo...>>, commentò più sciolta e serena in volto.
   <<No, no... Non ci pensa proprio a voler fare l'avvocato. La settimana scorsa ha vinto il concorso per commissario della Polizia di Stato. Vuole giocare a fare l'investigatore...>>, concluse l'uomo, sogghignando.

   <<Ah, però... Sarà molto orgoglioso di lui?>>
   <<Un padre deve saper sempre incoraggiare i propri figli. Ha scelto la carriera in polizia perché ha un problema maniacale con se stesso: deve sempre far quadrare le cose. Ero certo scegliesse una facoltà scientifica, alle superiori era stato selezionato per le olimpiadi di matematica, prima a Velletri e poi a Pisa. Ma evidentemente ha ritenuto che avrebbe potuto far fruttare quel talento meno in astratto...>>
   L'uomo si lisciò il mento e sorrise col verde smeraldo e umettato delle iridi. <<Vi accompagno alla macchina>>, s'affrettò a congedarle.

   Quello scrittoio a dorso d'asino fu il primo regalo che Massimo fece a Francesca, la donna che sei anni più tardi, sarebbe divenuta sua moglie.


M.
(L'uomo dei difetti...)

lunedì 27 aprile 2015

La Trasparenza.


Tra tutte le gesta, la (T)rasparenza gridò virtù


Soffiarono i venti,
le spazzarono via una avanti l'altra,
allorquando impavida una s'alzò,
e gridò virtù.


Di battute spedite feci capanna,
da maliziosi sorrisi trassi delizia
e allorché io stesso d'esserlo mai negai
la vita mia, viverla, predilessi.


Di modi gentili feci virtù,
d'affabili dame respirai l'essenza
di labbra bagnate adorai la fragranza.


E ancor prima,
La trasparenza delle gesta
non senza affanno,  nudo,  cercai.
Risposte.
Tra la foschia, le mie domande scorsero.
Cristalline.
Esse mai furono.

 M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
Cos'è la trasparenza nei rapporti umani importanti?
Il peso che diamo a questo concetto è funzione della nostra indole e del nostro vissuto. Per quanto mi riguarda, considero la trasparenza alla stregua di una virtù. E così va letta e interpretata nella riflessione in versi di cui sopra. Vorrei altresì far notare il mio riferirmi ai soli rapporti importanti e di qualsiasi natura essi siano; (A)micizia o amore. Se un rapporto non è fortemente importante o sussistano impedimenti che ne minino di fatto la longevità, be', allora in quel caso, io stesso prediligo la riservatezza alla trasparenza a tutti i costi. In fin dei conti, non possiamo andar d'accordo con tutti, non è necessario andar d'accordo con tutti e soltanto con una manciata di anime si verificano i presupposti affinché si instauri quella sintonia particolare, e talvolta, unica. Quando due persone percepiscono davvero d'essere avviluppate dallo stesso collante, trovo triste e poco rispettoso nei confronti dei reciproci sentimenti in essere, scegliere di mettersi da parte, allontanarsi... Solo perché si è deciso (in via unilaterale) di non poterne illustrare i motivi, o di non volerlo fare... Solo perché si è scelto di non voler essere trasparenti.

IL VENTO NUOVO


Allorquando tumido
e voluttuoso figurava saldo,
quel che nulla poté l’inverno,
il terzo che dei dodici fu il pazzo, 

l’indissolubile, sfaldò.

Là, m’abbeverai…
M’abbeverò.
Perché del dono,
ne spartiva il conto.
Del di lei Canto prezioso poi,
le scarlatte mie, umettate e fiere,

arroganti ne soffocavano gli intenti.

E del tempo in cui credevo…
Sano, ne crebbe il sentimento.
Ma del desio, il solo vento.
E se io fossi lo stesso
dei lucciconi ne farei stagno.
Bensì il petto più mi batto
allorché del sogno ne feci incetta,
e fiammante, al nuovo
pronto io m’affioro.
Perché fiero, dal novello ispirato
ravveduto riconosco,
quel che mai fu davvero il mio.


Sereno per davvero oggi io sorrido
a quanto il cuor mai spense,
ed esterrefatto
miro all’ardore già disperso,
che lascivo,
in concordia, trasferì.

M.
(L’uomo dei difetti…)


[Post Scriptum]


  Ci sono notti in cui al giaciglio fai ritorno con le vesti impregnate di battaglia.
E scevro delle forze, subitaneo ti sorridi.
   Perché il cremisi che ancor t'alberga sulle labbra, spavaldo, narra le gesta del più intimo fendente.  

Tuttavia, ogni battaglia ha un fine. E una fine. E in qualche modo,  il giorno del ristoro, arriva sempre.
    Il cielo è terso, il cuore è pieno, e gioiosa la bellezza impazza. Eppure, quel cremisi che un tempo fu spavaldo... Atterrito, al dì, figura stinto.
   T'accorgi così che il tutto e il tanto sotto lo stesso tetto mal s'accoppiano.
E che la Primavera, forse, non è solo una stagione. E stretta porta con sé la fioritura d'un vento che soffia dove l'altro non sapeva più soffiare. Ermetico. Ma frizzante e impavido a invaderti le froge, e i sensi che scellerati t'avevano illuso d'essere assopiti.
E questo, mi piace.
Mi piace perché al mio più bel cremisi io non rinuncio allorquando vivido, oggi mi riconosco.
   E come a un tempo ispirato, con leggiadria e in versi, a Voi mi raffiguro...




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